Come Educational Consultant, nelle ultime settimane mi sono trovata ad affrontare una situazione inattesa che mi hanno fatto riflettere sul futuro di una professione ritenuta “intoccabile”, quella del medico, e su come l’approccio tradizionale alla preparazione alle facoltà di medicina e alla professione stessa sia ormai a rischio.
Uno studente che seguo da più di un anno circa, e che attualmente sta studiando in una prestigiosa scuola superiore privata (con college) all’estero, ha manifestato la volontà di non voler continuare questa esperienza, perché non apprezza il ritmo quotidiano proprio della boarding school che sta frequentando.
Per chi non ha familiarità con l’argomento, le boarding schools sono realtà scolastiche che integrano scuola, residenza, sport, attività extra curriculari, in campus a misura di studenti minorenni.
Tornando al mio studente, la sua è una situazione comprensibile.
Non è facile passare dal modello italiano, che separa in modo rigido la scuola al mattino dalla vita privata tra famiglia, amici e studio al pomeriggio, al modello boarding, in cui tutti questi momenti sono integrati.
In questo caso specifico, infatti, la routine quotidiana del college, fatta di sport, club, attività extra-curriculari e socialità, vengono visti dallo studente come “inutili”, perché lo distraggono dallo studio a cui è abituato a dedicarsi per tutto il pomeriggio già come abitudine dai tempi della scuola italiana.
Quello che mi ha però particolarmente fatto riflettere è il suo fermo progetto di studiare medicina all’università, possibilmente all’estero e in università molto competitive.
Ecco in questo senso, le attività da lui viste come una fatica non necessaria hanno uno scopo educativo molto preciso: hanno l’obiettivo di stimolare gli studenti a scoprire e coltivare interessi e talenti, a partecipare ad attività di gruppo di vario tipo, per sviluppare capacità quali collaborazione, comunicazione, time management in un calendario settimanale piuttosto articolato, resilienza.
Tutte quelle che insomma chiamiamo “Life Skills” e che si potrebbe pensare non siano “necessarie” per chi vuole essere ammesso a medicina.
Ma è proprio così? Partiamo dal primo step: essere ammessi a medicina all’università.
Le ammissioni a medicina: è più importante il voto o le competenze interpersonali?
La facoltà di medicina – lo sappiamo- ha ammissioni competitive in tutti i Paesi, non solo in Italia.
Ogni Paese e ogni sistema universitario ha però un approccio all’ammissione a medicina diverso, e che è diretta conseguenza dell’approccio di insegnamento del sistema scolastico (scuole superiori) di quel Paese.
In Italia l’ingresso a medicina e la progressione verso la laurea, restano legati ad un modello tradizionale: voti alti di maturità, test di ingresso o- nella versione attuale- primo semestre filtro e, voti alti di esami, laurea e tutto il resto.
Studio, studio e ancora studio. Lezioni molto tradizionali, salvo in università private che applicano metodi di insegnamento più interattivi.

In altri Paesi, specialmente quelli visti come mete ideali per formazione, possibilità di carriera e benefici economici futuri, l’approccio invece è completamento diverso.
Paesi come Regno Unito, Stati Uniti, Canada, pur con le debite differenze nella struttura del corso universitario, valutano il voto di diploma come una componente tra tante di cui tenere conto in ammissione.
Nel Regno Unito, per esempio, per le domande di ammissione a medicina, avere un diploma con il massimo dei voti è considerato quasi ovvio, ma oltre a questo, sono necessarie esperienze pregresse di volontariato in ambito sanitario e molte esperienze extra-curriculari. E queste esperienze non basta elencarle: bisogna mostrare motivazione e consapevolezza nella scelta, conoscenza delle difficoltà della professione e soprattutto dell’aspetto umano della professione medica.
Se pensiamo agli Stati Uniti, alle cui scuole di medicina si accede tra l’altro solo dopo la laurea, le Schools of Medicine valutano non solo la preparazione teorica in scienze, ma soprattutto le life and personal skills sviluppate.
Quali sono le life skills di un buon medico?
L’anatomia di un futuro medico
Secondo la guida “Anatomy of an Applicant” pubblicata e aggiornata ogni anno dalla AAMC (The Association of American Medical Colleges), test e procedure di ammissione a medicina negli Usa devono puntare a verificare la presenza nei candidati di competenze pratiche quali:
- competenza interculturale
- empatia e compassione
- intelligenza emotiva
- buone capacità di comunicazione orale e scritta
- resilienza e adattabilità
- attitudine a mettersi a servizio del prossimo
- lavoro in team gruppo e collaborazione
- problem solving
- gestione dello stress
Solo dopo si parla di competenze scientifiche e teoriche e della loro applicazione in ambito clinico. Esse sono solo una parte dell’articolato esame di ammissione alle scuole di medicina americane.
Tornando al mio studente, quello che ho cercato di far capire ai genitori è che quelle attività extra-scolastiche che a lui sembrano inutili adesso, saranno la chiave di volta della sua professione futura, specialmente se il suo obiettivo è davvero diventare un buon medico, e sono importanti non solo in fase di ammissione all’università ma nel vero e proprio svolgimento della sua professione.
Medici e Ai: quale futuro per una professione ritenuta insostituibile
A tale proposito, alcuni giorni fa, il dott. Giuseppe Remuzzi spiegava, in un articolo per il settimanale” Sette “, che ai medici di oggi e quelli di domani non basterà essere molto preparati a livello accademico, e nemmeno tenersi sempre informati su scoperte scientifiche, nuovi protocolli di cura e nuovi farmaci.
Tutte queste cose, per il ritmo con cui procedono scoperte e circolazione delle informazioni nel mondo scientifico, le fa già meglio l’Intelligenza Artificiale.
Anzi, in casi quali malattie rare o croniche, o in sistemi sanitari sotto finanziati e sotto organico, per il paziente l’AI è già il primo – o l’unico- approdo.
E allora cosa salverà i medici, professionisti ritenuti insostituibili, dall’essere parzialmente o del tutto soppiantati da robot e macchine diagnostiche autonome e “intelligenti”?
Questa credo sia la domanda più importante per valutare in che modo prepararsi, già dalle superiori, ad un mondo del lavoro in continua evoluzione anche nei settori ritenuti più resistenti al cambiamento.
Già qualche mese fa, in una conversazione con il Dott. Lisena, Massofisioterapista sportivo romano, mi raccontava proprio questo. Nella sua professione medica sono sempre più fondamentali la capacità di seguire il paziente come persona, quindi attaverso l’ascolto e la comunicazione. In sostanza: l’umanità.
Solo ascoltare le circostanze di vita in cui un paziente sviluppa dolore o incorre in incidenti frequenti, permette di capirne la personalità e le abitudini di vita, e solo così è possibile individuare il processo di riabilitazione più adatto e sostenibile per ognuno, che porti poi ad una guarigione.
Senza questa consapevolezza, si rimane ancorati ad una visione della professione medica meccanicistica e teorica, rispetto alla quale la tecnologia è e sarà sempre di più in futuro, affidabile, rapida e più accessibile.
Insomma si, anche per i medici c’è il rischio di essere soppiantati da robot evoluti.
Ai, soft skills e nuovi modelli educativi
Cosa possono fare quindi le università e le scuole in questo senso?
Sicuramente, se già non lo fanno, rispetto ai programmi didattici, bisogna prendere atto che la rivoluzione in atto non si fermerà e che per formare medici che abbiano ancora rilevanza per il mondo, bisogna rendere gli studenti consapevoli del loro ruolo sociale e di utilità per il prossimo, e aiutarli a sviluppare le competenze non teoriche che rendono il medico un reale professionista al servizio del paziente.
Bisogna da un lato integrare, come suggerisce sempre il dott. Remuzzi, l’uso della Ai nella pratica didattica, insegnando agli studenti come usarla per individuare precocemente fattori di rischio o aggravamenti delle situazioni esistenti, e anche come scovare allucinazioni e le manipolazioni di dati che potrebbero nascondersi dietro sistemi della cui struttura non sappiamo veramente molto.
Ma soprattutto bisogna insistere moltissimo sullo sviluppo, fin dalla più tenera età, delle life skills, perché nessuna professione è al riparo dall’evoluzione: se prima bastava essere bravi a curare (nel senso di capire la causa del malessere fisico), oggi e ancor di più domani bisogna essere bravi ad ascoltare e comunicare, ad assistere e a curare non solo il fisico ma sempre di più l’anima del paziente.
E il mio studente? Non so ancora cosa deciderà di fare.
Ma ho sempre fiducia nel processo di crescita e di autoconsapevolezza dei miei studenti. Sono certa che troverà le sue risposte al momento giusto, o magari nuove domande.
