Se non ci fosse stata la pandemia, quest’anno Spike Lee sarebbe stato il primo presidente di giuria nero di Cannes e il suo ultimo film, Da 5 Bloods, avrebbe sancito la riappacificazione di Netflix con il grande festival del cinema. Ma da quando è stata annunciata la 73° edizione, sono successe molte cose. Prima è arrivato il Coronavirus, che ha annullato tutti gli appuntamenti sgretolando le nostre certezze, poi l’uccisione di George Floyd ha riversato folle indignate nelle piazze di tutto il mondo al grido di “Black Lives Matter”, scuotendo le fondamenta della Casa Bianca. In questa atmosfera tesa di protesta l’ultimo film di Spike Lee, da molti già salutato come un capolavoro, si inserisce perfettamente traendone ulteriore forza, perché Da 5 Bloods appartiene molto più a questa rabbia che al glamour della Croisette.

Da 5 Bloods: trama

Quattro veterani afroamericani organizzano un viaggio in Vietnam per recuperare la salma del loro caposquadra Norman Holloway (Chadwick Boseman) caduto nel conflitto. L’autorizzazione del governo alla missione per riportare il corpo del compagno in patria dà loro l’occasione di recuperare una cassa di lingotti d’oro, inizialmente destinata dagli USA ai vietnamiti che si erano resi utili alla causa statunitense, che era andata perduta in un attacco aereo. I compagni l’avevano sepolta e non erano mai più riusciti a riprenderla. Ora, grazie anche all’aiuto di un ambiguo personaggio, il francese Desroche (Jean Reno), vogliono tentare di portare a casa il tesoro.

Paul (Delroy Lindo), Otis (Clarke Peters), Eddie (Norm Lewis) e Melvin (Isiah Whitlock Jr) si portano tutti dentro i segni del PTSD (Disturbo da Stress Post-Traumatico) ma è Paul quello che più di tutti appare segnato dagli eventi del passato. C’era lui quando Stormin’ Norm morì e il fantasma del caposquadra, che era anche la loro guida spirituale, gli compare ogni notte tormentandolo. La rabbia e la frustrazione di Paul si riflettono anche sul suo problematico rapporto con il figlio David (Jonathan Majors) che si unisce ai quattro vecchi amici nell’avventura vietnamita. Quella che all’inizio sembrava un’allegra rimpatriata suggellata da un nobile scopo si rivela per i quattro soldati ormai invecchiati un pericoloso viaggio nella giungla che fu teatro di una guerra sporca e inutile e nelle ombre del loro stesso passato.

Recensione

In Da 5 Bloods Spike Lee gioca con il mezzo cinematografico, con la stessa libertà espressiva che ha caratterizzato il suo miglior cinema dai tempi di Fa’ la cosa giusta, per affrontare questioni maledettamente serie. Politico ma non didascalico, capace di schiaffeggiarci con brutale realismo senza perdere il suo groove, Lee non ci propina sermoni paternalistici ma monologhi vivi e viscerali, come quello che uno strepitoso Delroy Lindo pronuncia verso il finale guardandoci dritto negli occhi con uno sguardo che inchioda, nel suo delirio di follia che diviene catarsi. Il personaggio di Paul è il più complesso del film, respingente e contraddittorio, diffidi di lui fin da subito dal momento stesso in cui dichiara di essere un elettore di Trump e lo vedi sfoggiare con orgoglio un cappellino rosso con lo slogan “Make America Great Again”.

L’interpretazione di Delroy Lindo è una scarica elettrica a terra, la sua controparte è lo Stormin’ Norm di Chadwick Boseman (magnifico), saggio e carismatico, sicuro di sé e tutto teso all’elevazione del suo popolo. La sua idea è quella di utilizzare l’oro rinvenuto nella carcassa dell’aereo per aiutare la sua gente e cominciare a risarcirla dopo anni di soprusi e umiliazioni subite. Stormin’ Norm è un capo e una guida spirituale, Spike Lee ce lo mostra nei flashback ritratto su un trono di palme come un re e quando parla di pace ai suoi “fratelli” furiosi dopo aver appreso la notizia dell’assassinio di Martin Luther King, lo inquadra dal basso verso l’alto circondato da un alone di luce. Stormin’ Norm non appartiene al presente ma al mito, la sua non è l’America incattivita di Trump, quella dei tutti contro tutti (a cui sembrano ormai appartenere i suoi compagni intenzionati a tenere l’oro per sé), ma quella delle marce per la pace.

I salti temporali dalle vicende presenti agli anni della guerra, ma anche il passaggio di ambientazione, vengono sottolineati dai cambi nell’aspect ratio dell’immagine. 2.39:1 per le scene ambientate al giorno d’oggi a Ho Chi Minh City (la vecchia Saigon); 16:9 per l’avventura nella giungla dei quattro veterani e 1.33:1 in 16mm per i flashback durante la guerra. A questi vanno aggiunte alcune brevi riprese in Super8 per la scena ambientata nel mercato sull’acqua, durante la quale si accende una discussione tra il veterano Paul e un giovane vietnamita che lo accusa di aver ammazzato i suoi genitori; qui, come nei flashback, sembra di assistere a una scena di cinquant’anni fa, come a voler dimostrare che il tempo non può mitigare certi conflitti.

Avevamo già assistito nel 2014 a un buon uso di questo espediente con Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, ma se il cinema di Wes Anderson è ordine, quello di Spike Lee è caos. Lo schermo si contrae e si allarga, l’immagine si sgrana e si ridefinisce per poi sgranarsi di nuovo, le scene vengono interrotte continuamente da filmati di repertorio e fotografie. Un caos che il regista di Atlanta riesce a maneggiare con maestria regalandoci un film commovente, teso e arrabbiato ma anche pervaso da un messaggio di speranza, la speranza che Lee ci aveva negata con il precedente e bellissimo BlacKkKlansman.

Una scelta interessante che fa Spike Lee nel raccontare questo confronto di epoche è quella di utilizzare gli stessi attori settantenni anche nei flashback. Poteva scegliere attori più giovani, o ringiovanire i protagonisti con sofisticati effetti visivi alla The Irishman, invece opta per una soluzione efficace a suggerire l’idea che per i neri non è cambiato nulla da allora e che le stesse questioni vecchie di cinquant’anni (e di più) ce le portiamo dietro ancora oggi. Negli anni ’60, ci racconta Lee in questo film che è il racconto di una storia ma anche della Storia, la popolazione afroamericana costituiva solo l’11% dell’intera popolazione statunitense, eppure i neri rappresentarono il 32% delle forze militari impiegate nella guerra in Vietnam. Questa guerra fu l’ennesimo sacrificio dei neri compiuto per un paese che li schiacciava costantemente e in nome di principi che per loro stessi in patria non valevano.

Da 5 Bloods
Da 5 Bloods

Black lives…

Per mettere subito in chiaro le cose, Spike Lee fa cominciare Da 5 Bloods con la dichiarazione di Muhammad Ali contro la guerra in Vietnam (il suo rifiuto a combattere gli costò licenza, titolo mondiale e una condanna a 5 anni di prigione): “Sparargli per cosa? – si chiede Ali pensando al popolo vietnamita – Non mi hanno mai chiamato ‘negro’, non mi hanno linciato, non mi hanno sguinzagliato dietro i cani né privato della mia nazionalità”. Stacco su immagini di soldati afroamericani in guerra sulle note di Inner city blues di Marvin Gaye, dal cui disco capolavoro What’s going on del 1971 Spike Lee prende molte delle tracce che, insieme ai brani originali di Thomas Blanchard, costituiscono la splendida colonna sonora del film.

Muhammad Ali, Marvin Gaye e poi Malcolm X, Angela Davis, Bobby Seale ma anche il popolo vietnamita, i bambini bruciati dal napalm, Hồ Chí Minh, il monaco buddista che si dà fuoco a Saigon, il Viet Cong ammazzato dal generale Nguyễn Ngọc Loan la cui fotografia ha fatto il giro del mondo. Non ci risparmia nulla Spike Lee degli orrori di quegli anni e anche durante il film assistiamo a un paio di scene particolarmente cruente. La sua critica alla guerra è allo stesso tempo una critica al modo in cui il cinema l’ha raccontata nel corso del tempo, tagliando fuori i neri dal centro della scena e ignorando le ragioni del nemico (un aspetto a cui Lee invece è attento, mostrandoci le ferite del Vietnam nella rabbia del suo popolo). “Quei damerini di Hollywood che riprovano a vincere in Vietnam” fa dire ai suoi protagonisti in una critica al Rambo di Sly, mentre ricordano il giovane Milton Olive, il primo nero a ricevere la medaglia al valore in Vietnam per aver salvato la vita ai suoi compagni saltando su una granata. Su di lui nessuno ha mai scritto un film.

Accanto alla critica però c’è anche l’amore e l’omaggio del cinefilo Spike Lee a due film in particolare: Il tesoro della Sierra Madre di John Huston e Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, ovvero come il denaro cambia gli uomini e cosa significa addentrarsi nel “cuore di tenebra” della guerra in Vietnam. Ne esce un film duro e diretto, che non risparmia critiche neppure ai “fratelli neri” e sta bene attento a evitare di ritrarli con eccessiva indulgenza.

Quando ha girato Da 5 Bloods, Spike Lee non aveva idea di quello che sarebbe successo con l’omicidio di George Floyd ma se dal suo film emergono da ogni inquadratura rabbia e rivendicazione è perché quello di George Floyd è solo l’ultimo episodio di una ingiustizia sistematica con cui i cittadini afroamericani fanno i conti da secoli. Ma come dicevamo sopra, il film non manca di speranza, lo stesso Spike Lee ha dichiarato di essere stato piacevolmente colpito dal vedere in questi giorni di protesta, bianchi e neri manifestare insieme contro il razzismo. Forse qualcosa sta cominciando a cambiare davvero questa volta. Forse, come dichiarò Martin Luther King nel 1967 citando Langston Hughes nella dichiarazione che chiude come un manifesto il film, finalmente “America will be!”.

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Laura Girolami
Laura Girolami, 37 anni, dopo la laurea in Biblioteconomia ha esordito al cinema come sceneggiatrice e regista nel 2014 con Surrounded. Nel 2016 la sua prima commedia Non c’è più religione è andata in scena al Teatro Tordinona di Roma. La seconda commedia Pranzo a casa dei miei ha debuttato nel 2018 al Teatro Lo Spazio. Nello stesso anno ha pubblicato il suo primo romanzo Stupidi pesci edito da Il seme bianco. Appassionata di cinema, letteratura, serie tv, teatro, musica, fotografia, cibo, vino e meccanica quantistica.