Dante da giovane era bello?

A soli due anni dal settecentesimo anniversario della morte di Dante, una recente scoperta potrebbe sconvolgere l’immagine che conosciamo del poeta fiorentino.

Da uno stacco di affresco del XIV secolo emerge un inedito ritratto di Dante da giovane, che si presenta con tratti più dolci, viso sfilato e grandi occhi riflessivi. Ciò che ad oggi conosciamo della fisionomia di Dante ci giunge da ritratti più psicologici che reali.

Attribuito lo scorso anno al giottesco Puccio Capanna dall’esperto Andrea De Liberis, che segnalava si trattasse «di un’opera coeva alla vita dell’artista, eseguita a mo’ di affresco, e riportato con tecnica dello stacco su tavola parchettata», il ritratto è stato recentemente oggetto di ulteriori perizie e studi.

Ritratto giovanile di Dante di Puccio Capanna, 1309; Ricostruzione volto di Dante dell'Università di Bologna, 2007.
Ritratto giovanile di Dante di Puccio Capanna, 1309 e ricostruzione volto di Dante dell’Università di Bologna, 2007.

«Alcuni anni fa una discendente francese dei Merovingi lasciò una cospicua eredità al suo maggiordomo egiziano, tra i tanti beni ereditati vi era una tavola risalente al 1470 su cui era stato incollato un affresco del Trecento raffigurante un bel giovane abbigliato come Dante Alighieri nelle raffigurazioni apparse in tutte le epoche, sino ai giorni nostri», raccontano i proprietari di un’opera che rischia di aprire uno squarcio sulla storia della iconografia dantesca. D’ora in avanti dinanzi alle tradizionali rappresentazioni del Sommo poeta potremmo immaginare un giovane Dante più bello e dai tratti più dolci.

Il primo ritratto pittorico noto è quello del Palazzo del Bargello a Firenze, di scuola giottesca (datato 1330-1337 ca). Se fosse opera di Giotto in persona (che lo vide personalmente), potrebbe avvicinarsi al volto originale, ma di questo non vi è certezza. 

Primo di tutti a fornire lo stereotipo per l’iconografia dantesca fu Boccaccio: egli non lo aveva mai visto dal vero, aveva domandato come fosse fisicamente a coloro che dicevano di averlo incontrato. Nel «Trattatello in laude di Dante» del 1362, così lo descrive: Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccoli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato (…) e sempre nella faccia malinconico e pensoso.


Dante Alighieri nel famoso ritratto di Sandro Botticelli

I successivi ritratti pittorici sono in gran parte stati influenzati da questa descrizione, spesso esagerando nei particolari fino a rendere il volto del Poeta quasi caricaturale: basti pensare al noto ritratto di Botticelli del 1495, dagli arcigni tratti pronunciati, oppure a quello di Gustave Doré del 1860 che mostra un Dante imbronciato, corrugato e severo.

L’antropologo Fabio Frassetto dell’Università di Bologna in occasione del sesto centenario della morte del poeta (1921), effettuò dei rilievi sulle ossa del Poeta, e dal calco del calvario (la mandibola è andata perduta) ricostruì il cranio sulla base di misurazioni. Sovrapponendo il cranio ai vari ritratti del poeta, Frassetto notava che non corrispondevano, ad eccezione di quello di scuola giottesca nel Bargello, cronologicamente precedente al testo di Boccaccio. Qualche anno fa (2006) il Laboratorio di realtà virtuale guidato dal prof. Gruppioni della Facoltà di ingegneria dell’Università di Bologna, nella sede di Forlì, ha realizzato, a partire dagli studi di Frassetto, un modello completo del cranio di Dante, utilizzato poi dal paleoantropologo esperto in ricostruzione facciale dell’Università di Pisa Francesco Mallegni per realizzare un probabile volto di Dante. Nacque così il nuovo volto, presentato in un convegno a Ravenna.

La sorpresa non è stata poca: ne è risultato un viso diverso da quello dei ritratti usuali. Il mento risultava molto meno sporgente rispetto ai ritratti più diffusi, ed il famoso naso aquilino in realtà sarebbe stato un setto deviato.

È attendibile questa ricostruzione? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe riaprire la tomba, per poter datare i resti di Dante (spariti nel 1509, casualmente ritrovati soltanto nel 1865, durante i lavori di restauro del vecchio sepolcro): se fossero trecenteschi, Dante somiglierebbe al ritratto giovanile, nell’età all’incirca dei trent’anni.

Esiste tuttavia un altro ritratto che lo riproduce giovane e bello: una tavola del 1470, proveniente dallo stacco di un affresco del Trecento, passata nel corso dei secoli nelle mani di numerosi nobili e collezionisti, finalmente giunta a noi per rivelare la sua identità. Attribuita al giottesco Puccio Capanna, la tavola e mostra un Dante giovane e bello, “dai tratti dolci e dalle sembianze aristocratiche, con un viso sfilato dai grandi occhi riflessivi”, come affermato da De Liberis in seno alla recente perizia da lui eseguita.

La data del 1309 si sposa bene con quella coeva del viaggio parigino di cui parlano Giovanni Villani e Boccaccio: se n’andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio e della filosofia e della teologia. Dopo la caduta delle aspettative riguardo a Firenze, infatti, e prima del sorgere delle nuove speranze legate a Enrico VII Dante soggiornò a Parigi e frequentò l’ambiente universitario di cui resta traccia nella menzione del “Vico de li Strami” (cioè rue de la Fouarre, dove si esercitava l’insegnamento delle Arti). Ma si può ipotizzare che in realtà, come altri fuorusciti, abbia trovato riparo ad Avignone.

La professoressa Nadia Scardeoni, esperta di restauro virtuale, ha studiato approfonditamente l’iconografia dantesca ed ha analizzato la tavola di Puccio Capanna attraverso la sua Metodologia di Restauro Virtuale sulle immagini digitali ad alta risoluzione. Riguardo il ritratto giovanile, sostiene: «Sappiamo ormai tutti che per secoli si è utilizzata una iconografia non reale ed anche gli ultimi studi antropologici riportano un Dante Alighieri in una età molto matura per l’epoca, ma il Dante giovane che traspare dal volto elaborato dall’Università di Bologna, e quello dai tratti gentili del Bargello riportano ad un Dante dagli occhi grandi e molto somigliante al giovane in abbigliamento tipico dello stacco. Non rimane che indagare, ricercare, ripercorrendo la vita di Dante, la sua storia nel periodo storico. Dopo tanti secoli, significa riabilitare il volto di Dante da uno stereotipo, da una maschera senza anima a quello che probabilmente era un bel giovane di grande intelligenza».

Al momento è chiara l’esistenza di una somiglianza tra il ritratto del giovane Dante della tavola trecentesca e quello ricostruito dall’università di Bologna. Qualora il ritratto giovanile cambiasse la storia dell’immagine di Dante Alighieri, il suo valore storico, storico-artistico e anche di mercato sarebbe inestimabile per la sua unicità.


Piaciuto l'articolo?

Esprimi il tuo giudizio da 1 a 5 stelle

Media voti espressi / 5. Votanti:

Hai trovato interessante questo articolo...

Condividilo sui tuoi social network

Siamo spiacenti che il nostro articolo non ti sia piaciuto

Aiutaci a crescere e migliorare


La tua opinione per noi è molto importante.
Commento su WhatsApp
Siamo una giovane realtà editoriale e non riceviamo finanziamenti pubblici.
Il nostro lavoro è sostenuto solo dal contributo dell’editore (CuDriEc S.r.l.) e dagli introiti pubblicitari. I lettori sono la nostra vera ricchezza. Ogni giorno cerchiamo di fornire approfondimenti accurati, unici e veri.
Sostieni Moondo, sostieni l’informazione indipendente!


Ora anche su Google News, clicca qui e seguici



Potrebbe interessarti anche:
Avatar
Sergio Bellucci, giornalista e scrittore, dirigente politico e manager, ha scritto numerosi editoriali, articoli e saggi sui temi della comunicazione e della società dell'informazione. Membro del Comitato d'Onore dell'Osservatorio Internazionale sull'Audiovisivo e la Multimedialità (OIAM) della Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo. È stato dipendente del gruppo Fininvest dal 1978 e fino al 1993, durante tale periodo ha svolto anche attività sindacale nella CGIL come membro della Segreteria Nazionale della FILIS. Dal 1995 al 2006 è stato responsabile nazionale della Comunicazione per il Partito della Rifondazione Comunista. Dal febbraio del 2013 è direttore del quotidiano Terra e nel 2014 è diventato Presidente della Free Hardware Foundation Nel libro E-work. Lavoro, rete e innovazione analizza l'impatto delle nuove tecnologie digitali sulla vita umana con una particolare attenzione al mondo del lavoro. Secondo le sue analisi, l'avvento del digitale comporterebbe una "nuova organizzazione scientifica del lavoro", definita "taylorismo digitale", attraverso un impiego distorto della rete. Nelle tesi di E-work si prospetta la nascita del "lavoro implicito", il lavoro effettuato obbligatoriamente, senza nessuna retribuzione e attraverso strumentazione a carico del lavoratore, che le piattaforme digitali stanno espandendo nel loro ciclo produttivo. Insieme a Marcello Cini ha scritto “Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza” analisi del cambiamento epocale del capitalismo avvenuto negli ultimi venti anni: il passaggio da un'economia materiale ad un'economia immateriale, che produce un bene intangibile e non mercificabile: la conoscenza.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here