Il regista australiano torna alla regia dopo il deludente War Machine (con protagonista Brad Pitt che qui coproduce con la sua Plan B), cimentandosi per la prima volta in un dramma storico liberamente tratto da Shakespeare, Il re (The king), presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia e disponibile su Netflix dal 1 novembre. 

The King – Trama

Siamo nell’Inghilterra del XV secolo, il regno di Enrico IV (Ben Mendelsohn) è afflitto da continue guerre interne contro scozzesi e gallesi che lo stesso sovrano, con la sua politica tirannica, ha alimentato. Il suo primogenito e legittimo erede al trono Hal (Timothée Chalamet), in aperto contrasto con il padre, alla vita di corte preferisce le bettole di Eastcheap dove passa il tempo a ubriacarsi in compagnia del fedele amico e mentore John Falstaff (Joel Edgerton), cavaliere decaduto e alcolizzato.

Alla morte del padre, Hal è costretto suo malgrado a ereditare la corona inglese e con essa i conflitti ancora aperti. Di indole pacifica e sempre fermo nel proposito di ribadire le differenze tra lui e il suo predecessore, il giovane Enrico V dovrà tenere testa alle intricate dinamiche di palazzo e alle provocazioni del delfino di Francia (Robert Pattinson), una monarchia su cui la corona inglese avanza pretese di legittimità al trono e contro cui l’Inghilterra è impegnata in un decennale conflitto che passerà alla storia come la Guerra dei Cent’anni.

Con Il re, David Michôd torna ad affrontare un tema a lui molto caro, già indagato nel film d’esordio del 2010 Animal Kingdom, ovvero il retaggio famigliare che condiziona la personalità di un individuo in modo quasi cromosomico determinandone le azioni future. “Family consumes us”, la famiglia ci consuma, è la frase che meglio racchiude il pensiero che sta dietro Il re, pronunciata nel monologo più bello dell’intero film, dal sapore più shakespeariano, quello del folle Carlo VI di Francia, splendidamente interpretato dall’attore francese Thibault de Montalembert, in una breve ma incisiva apparizione.

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David Michôd e Timothée Chalamet sul set

Ma se in Animal Kingdom la parabola umana del giovane Joshua ‘J’ Cody, la sua trasformazione, che ha il suo compimento nell’ultima scena del film, sembrava indagata in modo più intimo e profondo, qui la trasformazione del libertino Hal nel fermo e duro Enrico V appare più repentina e meno convincente. Certo, la storia narrata in Animal Kingdom era una storia “piccola”, di dimensione famigliare (anche se toccava i problemi e le contraddizioni di una Melbourne più violenta di quanto si immagini), Il re è un progetto evidentemente più ambizioso, dove si incrocia la storia con la S maiuscola e dove il confronto con il modello shakespeariano è inevitabile.

Il re di Shakespeare

In realtà è proprio nei drammi storici shakespeariani Enrico IV (diviso in due parti) e Enrico V che si racconta dell’improvviso e repentino ravvedimento del dissoluto Hal nel principe ereditario futuro Enrico V, ed è a questi due modelli che la sceneggiatura si ispira con il risultato di dividere il film nettamente in due.

La prima parte, che forse avrebbe necessitato qualche taglio in più al montaggio, racconta l’ultima fase del regno di Enrico IV, afflitto dalle rivolte interne di gallesi e scozzesi, su cui primeggia la figura di Henry ‘Hotspur’ Percy (ben interpretata dal giovane Tom Glynn-Carney già visto in Dunkirk), mentre Hal si dà ai bagordi a Eastcheap con Falstaff. Qui è la rabbia e il senso di ribellione del figlio verso il padre, tirannico persecutore di una politica scellerata che ha fiaccato la nazione, a marcare la lontananza del film dal dramma shakespeariano. È evidente la volontà di umanizzare e attualizzare la figura del principe lì dove il bardo, in chiave di propaganda elisabettiana, esaltava le doti dei re intorno a cui la nazione si stringe, minimizzandone il conflitto.

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Timothée Chalamet in una scena del film

La seconda parte, che prende spunto da Enrico V e che è di gran lunga la migliore, è invece incentrata sulla battaglia di Azincourt dove il nuovo re dà prova di abilità e coraggio (tratti che anche la storia gli ha effettivamente riconosciuto) e dove David Michôd dà finalmente il meglio di sé come regista regalandoci una scena di guerra di crudo realismo. L’esercito inglese e quello francese si affrontano su un terreno inzuppato dalla pioggia in uno scontro che non ha nulla di cavalleresco, in cui le spade non servono più ma si tirano pugni e gomitate e i soldati combattono rotolandosi nel fango creando ammassi informi di corpi che emettono rumori di ferraglia, facendoci dimenticare quelle figure di eroi medievali nella cui immagine siamo stati cresciuti leggendo la chanson de geste.

A tutti i fan di Game of Thrones questa lunga scena non può non ricordare la memorabile battaglia in quello che è forse l’episodio più bello dell’intera serie, ovvero Battle of the bastards. La fotografia di Adam Arkapaw, che torna a lavorare con Michôd dopo Animal Kingdom, vira dai toni caldi dei tramonti a quelli grigi e lividi della battaglia dove, anche qui, sembra inevitabile il rimando a Game of Thrones, a riprova di come la serie HBO sia diventata ormai una pietra di paragone per ogni racconto filmico di atmosfera medievale.

Anche in questa seconda parte si sottolinea un netto allontanamento del film dal dramma shakespeariano cui si ispira, evidente nella centralità che la sceneggiatura assegna alla figura di Falstaff, totalmente assente in quella che è poi stata tramandata come la versione definitiva dell’Enrico V.

Il Re – Il cast

Nelle pesanti armature il pur sempre bravissimo Timothée Chalamet appare a dire il vero piuttosto impacciato, mentre è nei momenti più intimi di questo ritratto di re che emerge il suo innegabile talento, quando attraverso un solo sguardo riesce a comunicare i timori e le frustrazioni del suo personaggio in formazione. L’australiano Joel Edgerton, che insieme al regista firma anche la sceneggiatura continuando una collaborazione in fase di scrittura già avviata con il bel The rover, incarna un Falstaff grasso e godereccio in una bella prova attoriale con una giusta dose di istrionismo che non intende primeggiare ma sembra più all’umile servizio della buona riuscita del film.

All’interno di un complessivamente ottimo cast l’apparizione del britannico Robert Pattinson nei panni del delfino che parla inglese con un marcato accento francese crea una sorta di comico straniamento e contribuisce a restituire una idea macchiettistica del personaggio costruito da un attore che negli ultimi anni ha invece dato prova di grande maturità recitativa e di coraggio nella scelta dei copioni.

Una menzione a parte meritano il grande Ben Mendelsohn, qui quasi irriconoscibile nei panni del vecchio morente Enrico IV e la figlia d’arte Lily-Rose Depp che, nonostante il breve spazio dedicato al suo personaggio (la futura moglie di Enrico V e figlia del re di Francia Caterina di Valois), sorprende piacevolmente per freschezza e bravura.

Il re
Robert Pattinson nei panni del Delfino di Francia

Nonostante Il re si ispiri a Shakespeare nella materia raccontata, il film appare molto meno shakespeariano di quanto non fosse Animal Kingdom, soprattutto nel modo di rendere quei deviati e costrittivi legami famigliari che nelle premesse (e secondo il succitato monologo di Carlo VI, anche nelle conclusioni) dovevano rappresentare il motore che muove il personaggio di Enrico V, ma che nel corso del film sembrano perdersi.

Bella la colonna sonora di Nicholas Britell, già candidato all’oscar per Moonlight di Barry Jenkins, che restituisce in qualche modo un senso di sacralità alla figura del re e alle sue imprese che la regia realistica di Michôd tende ad annullare. La sceneggiatura ha qualche pecca soprattutto nel non riuscire ad armonizzare le due parti della narrazione in cui si divide il film.

Ma a parte ciò, a nostro avviso, Il re vale le oltre due ore e dieci di visione e, nonostante questo David Michôd sia piuttosto lontano da quell’esordio che ci aveva fatti innamorare, segna comunque un ritorno del regista australiano alla regia dura e realistica, lontana dal caricaturale e confusionario War Machine, che lascia ben sperare per il futuro. Non resta che attendere fiduciosi la sua quinta prova.

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Laura Girolami
Laura Girolami, 37 anni, dopo la laurea in Biblioteconomia ha esordito al cinema come sceneggiatrice e regista nel 2014 con Surrounded. Nel 2016 la sua prima commedia Non c’è più religione è andata in scena al Teatro Tordinona di Roma. La seconda commedia Pranzo a casa dei miei ha debuttato nel 2018 al Teatro Lo Spazio. Nello stesso anno ha pubblicato il suo primo romanzo Stupidi pesci edito da Il seme bianco. Appassionata di cinema, letteratura, serie tv, teatro, musica, fotografia, cibo, vino e meccanica quantistica.

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