Ci sono cose che si imparano strada facendo ed altre che sono patrimonio inconsapevole del nostro contesto culturale in grado di dare adito a comportamenti automatici. Concetti ereditati per il fatto di appartenere al genere umano insieme a conquiste che facciamo attraverso la vita quotidiana vanno a comporre quello che giorno per giorno guida la nostra certosina propensione alla scoperta di altro e altro ancora.
Quando ciascuno di noi affronta uno specifico percorso di conoscenza, apprende saperi e sviluppa una coscienza che fa di quei comportamenti appresi un tutt’uno con la propria personalità, sono quelle le cose che restano, distinguono, specificano perché non sono competenze, non sono thecnè, sono saperi, semplici, di base, facilissimi, ma profondi e capaci di influenzare il modo di vedere le cose del mondo da qualsiasi punto le si guardino. Questi sono spesso legati a un luogo: una stanza, una strada, un campo, un monumento, un angolo, o un volto che resta impresso come il segno di una rivelazione, epifania laica del proprio essere uomo.
Anche io ho il luogo di elezione: il portone d’ingresso dell’Istituto di Fisica dell’Università La Sapienza. Un trionfo di marmi e mattoni in cui la razionalità delle linee portanti è rotta solo dall’Unità, giornale fondato da Antonio Gramsci, quotidianamente incollato alla sinistra (manco a dirlo) dell’ingresso. Marmi che includono la parola FISICA, di marmo anche lei, a dispetto del fatto che in quella disciplina sia l’immaginazione a giocare la carta vincente. Ma questo il marmo non lo sa.

Istituto di Fisica dell’Università La Sapienza
Istituto di Fisica dell’Università La Sapienza
Al primo piano di quell’edificio, una grande aula, i banchi, la lavagna, tecnologie nemmeno l’ombra, un blocco per appunti una penna ed il fascino mai spento di una narrazione che ci contiene tutti. Era il primo anno, paura, orgoglio, curiosità e coraggio facevano a botte per essere determinanti in un giovane in cerca di certezze cui aggrapparsi. Un foglio di carta dove poche semplici equazioni, geniali per il tempo in cui furono concepite, servivano a dimostrare come faccia la terra ad essere in equilibrio ruotando su se stessa e girando intorno al sole. (Dico “girando” e non uso di proposito il termine corretto perché sarebbe “rivoluzione” e non vorrei confondere il lettore trattandosi di ricordi degli anni ’70.)

Il valore dell’uguaglianza

Quello che uno studente impara è indipendente da equazioni, particelle, relatività, cose astruse per il lettore che si occupa d’altro. Si impara, tanto per cominciare, il valore del segno “uguale”. Quando quello che puoi descrivere sotto un angolo di visuale è uguale a quello che puoi vedere affacciandoti da un’altra parte, l’uguaglianze apre mondi nuovi. Il sole e la terra, per esempio, si attraggono a vicenda secondo determinate regole che non è il caso di ricordare e che tengono conto della distanza a tra i due corpi che interagiscono. Contemporaneamente se lo stesso fenomeno lo guardiamo dal punto di vista degli effetti che produce scopriamo che genera una accelerazione. La forza in gioco è la stessa, quindi ci metto il segno “uguale” e vado avanti. È l’uguale che mi permette di dimostrare come la terra ruoti su se stessa e intorno al sole e l’uguale che permette dimostrazioni genera quelle che chiamiamo verità. Poi, ci si può anche andare oltre e imparare che i moti orbitali non sono così facili da calcolare, che l’apparato matematico è più complesso, ma anche quello semplice è in sé e per sé  vero. Questo è ciò che non si scorda mai.

Guardare con gli occhi della mente

Basta guardare al cielo in un giorno qualunque all’alba o al tramonto per vedere il sole muoversi, sorgere o tramontare, ci si trova di fronte alla evidenza che quello che si vede è contrario a quello che la dimostrazione dice, non è la verità. A volte si, gli occhi più accurati e precisi sono quelli della mente che bisogna abituare a tenere aperti.
Oltre quel portone di mattoni e di marmo si impara quanto l’immaginazione possa avvicinarsi alla realtà più che la sola evidenza, si impara che la percezione di un fenomeno cambia con la profondità dell’approccio teorico, si impara che esistono le opinioni ed esistono le verità, si impara che l’accelerazione di gravità non può essere cambiata a maggioranza nemmeno se qualcuno votasse all’unanimità, si impara che cambiare idea non è mai una perdita, ma una vittoria della ragione e della coscienza. Il vero ostacolo a quel meraviglioso mondo che noi chiamiamo scienza è tutto concentrato nel primo giorno di scuola, quello in cui scopri che non tutto quello che vedi è vero, che non tutto quello che percepisci esiste come lo hai percepito. Questo è davvero difficile, ma una volta superato si vola.

Molte delle cose che ho imparato me le ha insegnate Carlo Bernardini

Una delle ultime figure della gloriosa scuola di Fisica Romana costruita intorno ad Edoardo  Amaldi ed alla tradizione lasciata da Enrico Fermi. Proprio mentre scrivo queste righe mi giunge la notizia che Carlo ci ha lasciati, il che fa più intenso il senso che mi lega ai miei ricordi. Mi perdoneranno i lettori di Moondo se mi abbandono ad un fatto personale che è ritornato nella mia mente come il sollievo di un soffio di un vento d’estate. 
Carlo Bernardini
Carlo Bernardini
Un pomeriggio del 2001 sono entrato nella stanza di Carlo Bernardini al primo piano dell’istituto di Fisica nel periodo in cui si lavorava al centenario della nascita di Fermi, lui era stato nominato dal Ministero Presidente del comitato.
Carlo era al cellulare con il volto un po’ teso, lo stesso sguardo di rabbia e di commiserazione che gli avevo visto a volte in sede d’esami quando qualcuno raccontava sciocchezze senza pudore. Sento un cenno di rifiuto secco per la richiesta che veniva dal telefono e Carlo chiude con determinazione la telefonata.
Aldo, sai chi era? Mi dice, non ci crederai, una giornalista della Rai che sta facendo una inchiesta per la radio sul secondo: il secondo nel senso del secondo piatto, nel senso del secondo figlio e voleva che io parlassi del secondo come frazione del tempo. Ma ti pare che si possono immaginare sciocchezze del genere?
Rido, e proprio in quel momento il volto di Carlo si illumina all’improvviso, qualcosa gli passa per la mente e non capisco cosa. Afferra il suo cellulare e cerca con ansia di riesumare l’ultimo numero da cui era stato chiamato per rintracciare di nuovo la giovane giornalista.
Pigia il bottone e dopo poco qualcuno risponde. 
Buon pomeriggio signorina, sono di nuovo Carlo Bernardini, la voce era calma, piana e serena come l’avevo sempre conosciuta, volevo dirle che se vuole può passare, io potrei registrare un ricordo di Franco Rasetti. 
E chi diavolo è? deve aver detto la giovane giornalista al telefono.
Il secondo di Fermi. Le va bene?
Questo era Carlo Bernardini oltre ad essere un fisico che ha dato tanto alla scienza ed a questo paese grazie al suo impegno scientifico, al suo impegno civile, al suo impegno in politica nel cercare un posto per la cultura scientifica come patrimonio condiviso, sopratutto un uomo di grande umanità, un sorriso perenne, una disponibilità totale.
A Carlo il mio personale grazie ovunque abbia deciso di essere, alla moglie ed ai figli l’abbraccio di tutta la redazione di Moondo. Per quanto in nostro potere continueremo a sostenere le ragioni della logica e della scienza e prendo impegno che se una qualche organizzazione volesse lanciare una petizione on line per decidere a maggioranza e finalmente in modo democratico il valore della costante di gravitazione universale e la velocità della luce faremo di tutto affinché i lettori di Moondo non vadano a votare.
Badate che non scherzo!
Aldo Di Russo

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