«Abbi pazienza, ché il mondo è vasto e largo» (W. Shakespeare)

L’altra settimana ho partecipato ad un incontro su quale futuro per il servizio pubblico radiotelevisivo. Un dibattito interessante sulle prospettive che questa “funzione” dovrebbe o potrebbe svolgere, nell’arco dei prossimi 10 anni, all’interno delle nostre società. Domande impegnative in un mondo in profonda trasformazione. Un mondo nel quale il ruolo dei media tradizionali (se per “tradizionale” si possa intendere quello svolto dai media elettronici per una manciata di decenni) muta profondamente sotto la spinta poderosa delle trasformazioni digitali (in atto già da 3 decenni almeno). Trasformazioni che sono di struttura del linguaggio (dal testo unilineare e unidimensionale all’ipertesto), tecnologiche (dalla medialità alla multimedialità), di strutture aziendali coinvolte (dalle prime aziende territoriali a quelle nazionali, a quelle globali), di mercati (modi di produrre, modi di distribuire, modi di fruire), di meccanismi di vaglio e selezione dei contenuti, del loro gradimento (l’emersione del modello YouTube), del loro giudizio e del loro “valore”, di relazione tra questi contenuti e il pubblico (dalla diffusione circolare a quella “punto punto-bidirezionale” della rete), di relazione tra i flussi comunicativi e il “Potere”, nelle sue articolazioni, nei contrasti e nelle lotte. Nella spietata guerra per la fruizione di contenuti attraverso la suddivisione delle tre tipologie di schermi (Smartphone, PC, TV) che ne definiscono aree spaziali, architetture, contenuti, forme e tutti gli altri strumenti di comunicazione tecnologicamente disponibili all’interno della società (dalla carta stampata, alle fondazioni lirico-sinfoniche, passando per discoteche, concerti, centri commerciali, radio, teatri, ecc.).

futuro servizio pubblcio radiotelevisivo

Potere e mass media la nascita del “senso-consenso”

Il ruolo svolto dai mass media, tra la metà dell’Ottocento e durante tutto il Secolo Breve, infatti, è stato un ruolo complesso e ha aperto una stagione nuova nella storia dell’umanità. Quel ruolo, infatti, ha rappresentato la concretizzazione di un “ganglio” in grado di connettere, con una struttura e una forza potentissima, quel nesso rappresentato da un binomio che fu del tutto nuovo, frutto della necessità insita nello schema democratico parlamentare – emergente e che si stava affermando come modello generalizzato e generalizzabile – quello del “senso-consenso”. Proprio il ganglio che ogni “Potere” (post-era dei regimi dell’Assolutismo) necessita per sviluppare il controllo politico e avere la garanzia di un governo saldo dei processi economico-sociali necessari alla propria stabilità.

Il punto centrale di chi si pre-occupa della politica

Per questo motivo considero la miopia e la sottovalutazione su questo tema, uno degli errori “strutturali” di chi nel ‘900 asserì di lottare per difendere gli interessi delle classi subalterne. Non comprendere la centralità del ruolo dei mass media e di farne, se non il perno, almeno una colonna strutturale della propria azione politica, ha prodotto subalternità e perdita della capacità di costruzione di un pensiero autonomo delle “classi dominate”. Lì, infatti, giocandosi la partita fondamentale della produzione di “senso” della vita quotidiana (mode, culture, linguaggi, credenze e appartenenze, arrivando perfino a definire la stessa disponibilità del “reale” sul quale far discutere e “dividere” le “masse” e alla stessa formazione degli apparati cognitivi degli individui – come dimostrano le più avanzate scoperte nel campo delle neuro-scienze) si giocò la vera partita del potere nell’era democratica: quella della costruzione industriale del “consenso”.

Negli ultimi due secoli, almeno nel vecchio continente, la struttura del Potere virò verso la costruzione e il mantenimento di una dimensione sostanzialmente nazionale. Certo, non mancavano gli scambi tra nazioni (merce e moneta), non mancava la necessità di approvvigionamento estero di materie prime e risorse umane (dall’utilizzo della schiavitù fino agli asservimenti dei popoli del mondo con le guerre per la costruzione degli imperi coloniali), non mancarono i conflitti armati per determinare egemonie economiche e controlli di popoli su altri popoli. Senza questi “confronti” e senza queste “appropriazioni indebite” (tutte imposte con la forza delle armi e in contrasto con la retorica dell’autodeterminazione dei popoli, del processo democratico e dell’idea di “Stato sovrano”) la retorica e la stessa storia degli stati nazionali europei, sarebbero già “archiviati” da molto tempo, per la loro insostenibilità economica e sociale. Basterebbe leggersi il bellissimo libro di Perkins “Confessioni di un sicario dell’economia”, per capire come ci siamo garantiti il livello di vita, gli equilibri sociali e politici in Occidente negli ultimi 70 anni . E di come continuiamo a garantircelo sulle spalle di un mondo depredato di tutto, fino alla stessa dignità personale e al valore stesso della vita, come dimostrano le storie dei flussi migratori di chi fugge dalla disperazione di ciò che imponiamo con i nostri regimi.

Tutta la partita del consenso, necessaria a dispiegare il potere rappresentato dagli interessi delle classi dirigenti di un paese, si giocò, per decenni, sulla costruzione dell’idea di “popolo”. Gramsci scrisse pagine stupende sulla “formazione della cultura popolare” e su come si costruì un immaginario necessario al mantenimento del dominio della classe al potere in Italia. Ma le cose, anche nel resto del vecchio continente, non furono molto diverse.

Il “vecchio” ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo

Se dovessimo rintracciare un “senso” emancipatore per un servizio pubblico radiotelevisivo potremmo opporlo proprio alla funzione necessaria alle classi dominanti, quella di costruire, come ci ammoniva Gramsci nel Grido del Popolo “la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore […], che ha partorito tutta una caterva di presuntuosi e di vaneggiatori, piú deleteri per la vita sociale di quanto siano i microbi della tubercolosi o della sifilide per la bellezza e la sanità fisica dei corpi” . Non vi sembra di assistere alle nostre serate d’informazione televisiva?

Servizio pubblico radiotelevisivo

La produzione di valore, le forme del mercato, le regole e le leggi che erano necessarie al presidio del potere della classe dirigente emergente dispiegavano la propria egemonia economico-politico-culturale. Le forme che man mano venivano codificate questa avanzata storica (Costituzioni, forma di separazioni dei poteri, istituzioni, forme della partecipazione politica e sociale, corpi intermedi, ecc.) trovarono nella potenza della tecnologia disponibile al tempo (la meccanica prima – con la carta stampata -, l’elettricità e l’elettronica analogica poi – con la Radio e la Televisione-) strumenti perfetti alla costruzione di manufatti potenti, utili per la costruzione di relazioni di potere efficaci e “perfette per lo scopo”: la costruzione del consenso attraverso la generazione del senso della vita. Possiamo definirle “perfette” perché, dopo un primo utilizzo “esplicito” (sotto forma di “propaganda” nei regimi autoritari) si comprese che tali forme “estreme” erano, alla fine, superflue e spesso controproducenti per il potere stesso. L’efficacia maggiore era in una relazione permanente, una sorta di spirale, chiusa su se stessa, costruita intorno alla produzione di senso, la promessa del consumo inglobata in esso e la costruzione del relativo consenso politico come forma di aspettativa della sua possibile concreta realizzazione.

Questa “formula” si impose rapidamente e con grande efficacia sulla generazione umana che usciva dall’indigenza della seconda guerra mondiale; un po’ meno con quella successiva che richiedeva la concretizzazione di massa di quelle promesse; fortemente in crisi, oggi, dopo lo sviluppo di una consapevolezza di massa che la vita reale contiene uno iato permanente tra quello che i media socializzano, nella costruzione del “sogno” del consumo, e la condizione materiale concreta degli individui. Anche in questo risiede una delle ragioni per la perdita di ruolo dei mass media tradizionali e il successo delle reti relazionali “tra pari” abilitate dal digitale.

La nascita dell’Industria di Senso

Non è questo il luogo per raccontare la storia di quella che io chiamo “L’industria di Senso”, una delle tre novità “storiche” del ‘900, i tre cambiamenti che hanno abilitato la prospettiva di questo passaggio di “Transizione”. Una Transizione che non può essere letta come “crisi”, ma come passaggio da una formazione economico-sociale ad un’altra. Una formazione economico-sociale che basa la propria legittimazione, la propria potenza, il proprio desiderio di emersione, su forme di estrazione del valore diverse da quelle della formazione economico-sociale precedente, quella basata sulle materie prime, sull’industria. Una storia, quella dell’Industria di Senso che racconta dell’egemonia di un modello di relazione tra il potere economico e quello politico, basato sulla relazione, concretamente realizzabile all’interno della società industriali, tra il ruolo e la potenza dei mass-media elettronici come la Radio e la Televisione e le forme del potere.

La storia della televisione è la storia del confronto (ormai vinto) tra il modello di programmazione commerciale (il palinsesto), il modello commerciale del suo sostentamento (la pubblicità) e i modelli “altri”, quelli esistenti in Europa fino alla rottura italiana del monopolio radiotelevisivo con la sentenza della corte costituzionale del 1976. È la storia di una lotta geopolitica condotta contro un modello televisivo per la costruzione di un modello socio-politico. È la storia della sconfitta in ambito UNESCO dell’intero mondo contro una sola nazione. L’Italia, come spesso accade, si ritrovò a svolgere la funzione di “virus” distruttivo in maniera inconsapevole e colpevolmente silente. Soprattutto nella sua dimensione politica. È la storia della decisione di iniziare una competizione con il monopolista privato, che si era costruito in assenza di leggi e con gli investimenti di pubblicità internazionali, proprio facendo concorrenza sul suo modello commerciale. C’è chi teorizzò tale forma di confronto portando allo snaturamento della missione, allo svuotamento delle capacità produttive interne, alla vittoria di un modello unico di TV. Tutto ciò determinando le condizioni di una fase politica nuova che passerà alla storia come “Seconda Repubblica”.

Più in generale, potremmo dire che la storia dei mass media è strettamente correlata a quella dei regimi delle democrazie nazionali, quelle basate sulla costruzione dell’ideologia del consumo, della dimensione di popolo, della costruzione degli interessi della borghesia nazionale, della dimensione del politico tutta giocata all’interno dei propri confini. Anche quando era ormai evidente l’impossibilità di una dimensione autarchica del vivere per il singolo individuo e per le collettività nelle quali è inserito. Ma conteneva già dinamiche planetarie e sovranazionali come alcuni luoghi di ideazione e produzione dei contenuti, un mercato degli scambi, strutture globali di finanziamento, modalità estrattive di informazioni necessarie al funzionamento del sistema stesso (dalla Nielsen all’Auditel). Con caratteristiche egemoniche precise, intrecci di interessi internazionali non solo economici e risvolti enormi sotto il profilo del “consenso” al modello di vita materiale.

Ora assistiamo al salto “quantico” delle strutture abilitate dalle tecnologie digitali. Come quelle meccaniche avevano abilitato la creazione della borghesia nazionale, con i suoi interessi, i suoi equilibri, le strutture che nazionalmente erano riuscite a forgiare (a partire dalle condizioni di partenza particolari che ogni territorio si portava dietro in termini culturali e di prassi sociali), quelle digitali abilitano la generazione di una nuova classe dominante globale. Questa nuova classe dominante basa il proprio potere nella generazione di valore dalla estrazione di informazioni dai dati, attraverso la quale stanno costruendo, non solo ricchezze non realizzabili all’interno dello schema precedente, ma una conoscenza delle risposte e dei comportamenti umani, inimmaginabile nell’era meccanica. Tutto ciò genera una costruzione del “senso” globale che non necessita più di basi territoriali condivise e che impatta direttamente sulle forme che aveva generato la classe borghese nazionale precedente: Stati, Parlamenti, democrazie, partiti, costituzioni, mercati, leggi. Anche religioni. L’analisi di questo scenario aprirebbe un dibattito a se stante.

Per comprendere il presente ci vuole una forte capacità critica

Non devono illudere, a mio avviso, gli apparenti rinculi nazionalistici: non rappresentano un ritorno al passato, ma solo una risposta regressiva al nuovo che avanza, un po’ come accadde nei decenni successivi alla rottura della rivoluzione francese, con il rinculo che portò al Congresso di Vienna del 1815. Anche allora, infatti, le potenze del cosiddetto Ancien Régime tentarono una Restaurazione, dopo gli sconvolgimenti del 1789 e le guerre napoleoniche. Le Élite aristocratiche, che nell’occasione immaginavano di aver ridisegnato l’Europa per i secoli futuri e di aver rimesso la Storia nei giusti binari – dopo che gli “incolti”, quelli della classe borghese avevano provato a farla deragliare dall’ordine “naturale” delle cose – avevano prodotto solo un equilibrio precario e che guardava al passato, un equilibrio che in un decennio sarebbe entrato in crisi definitiva. Con gli anni ’30, infatti, la storia confermò che quell’equilibrio era definitivamente cancellato. La Storia, infatti, non procede per linearità, anche se le classi vincenti tentano di rappresentarla come tale. La storia non è lineare e non torna mai indietro. Nel suo fluire, modifica permanentemente lo stato di cose presenti; può produrre nuove povertà, nuove diseguagliane e delle volte anche orrori mai sperimentati in precedenza; ma sempre con caratteristiche nuove, caratteristiche di cui occorre comprenderne senso e portata. Chi dice che la Storia torna indietro è perché non solo non ha compreso la lezione dialettica del suo divenire, ma perché non ha parole adatte a descrivere il nuovo che si sta imponendo, non riesce a far rientrare il nuovo all’interno dei suoi vecchi schemi e “balbetta”, giudicando come “barbarie” ciò che la storia produce e che lui non comprende. Di concerto, non tutte le letture nuove di ciò che avanza sono corrette o stanno dalla parte di chi rischia nuove forme di sfruttamento e alienazione. Ci vuole una forte capacità critica.

Il salto quantico che abbiamo di fronte rischia di essere difficilmente compreso e comprensibile. Tutto ciò mi ricorda la metafora del racconto di E.W. Abbott Flatlandia. In quel racconto Abbott costruisce una delle più mirabili operazioni contro il riduzionismo positivista, una delle matrici più pervasive all’interno delle culture novecentesche e che ha innervato e innerva, a vario titolo, molte riflessioni teoriche sul campo politico, sociale e scientifico del nostro tempo. Ancora oggi, dopo un secolo di meccanica quantistica. Il racconto narra la vita di un abitante di un ipotetico universo bidimensionale che entra in contatto con l’abitante di un universo tridimensionale. È una storia molto popolare tra gli studenti di fisica e di matematica perché descrive un dramma gnoseologico: come si può comprendere una realtà che non sia la propria? La storia di Flatlandia pone il tema della conoscenza dell’altro, delle sue caratteristiche, delle sue regole, delle sue ragioni. Soprattutto quando si pensa ad essere noi ad ospitare lui nel “nostro” universo. Un po’ come si pensa negli apparati dei mass media, quelle strutture che avevano costruito il precedente universo, lo pensavano eterno e si percepiscono ancora al loro centro.

Il mondo legato ai mass media è la nostra Flatlandia. È quell’universo bi-dimensionale, figlio della rottura nazionale borghese che sconfisse l’Ancien Régime nei nostri territori. Anzi, per meglio dire almeno nel nostro paese, che provò la costruzione, non ancora definitivamente conclusa, di uno stato-nazione. Una costruzione complessa, fatta di “patti” culturali, sociali e politici con un arcobaleno di situazioni ereditate dalla nostra storia medioevale. Una costruzione fatta con pezzi di governo del territorio risalenti alle formazioni economi-sociale precedenti e che ancora resistono alla forma legale dello Stato Nazionale Sovrano. Pezzi di potere – reale o potenziale che siano – che vanno dalla rinnovata richiesta d’indipendenza territoriale, che qua e là riemerge come tentazione autistico-autarchica, fino ai poteri mafiosi che si pensano e agiscono, come “stato” altro. E tutto questo in un intreccio, unico nel mondo occidentale, che costituisce l’ibrido di uno “Stato nello Stato” rappresentato dalla coesistenza di un potere parallelo, teocratico, diffuso, ramificato. Solo in Italia è possibile pensare, ad esempio, alla rinascita di un movimento politico che si denomini “Democrazia Cristiana”, come sta accadendo in questi giorni, agli albori della società globale della digitalizzazione. Immaginate l’effetto che ha una possibile rappresentazione del nostro paese su scala planetaria. Un po’ come quella che percepiremmo noi sentendo la creazione in un paese di un partito dal nome, che so, “Democrazia Taoista”, “Democrazia Ebraica”, “Democrazia Buddista” o “Democrazia Islamica”.

Una nuova transizione

Nella rottura materiale dello stato precedente, il ruolo della televisione fu ancora più importante di quello dei giornali e dalla Radio. Non è un caso che si dica, anche nella vulgata pubblica, che fu la televisione degli anni ’60 a costruire l’Italia (e gli italiani), molto di più di tanti processi sociali e politici che erano stati prodotti fino a quel momento. Il mondo dei mass media, quindi, rappresenta quella struttura che produsse la storia otto-novecentesca, con i suoi pregi e i suoi difetti. Rappresentò l’arrivo del mondo bi-dimensionale che irrompeva nella storia filiforme e unidimensionale dell’Ancien Règime: una cosa che fu incomprensibile all’aristocrazia del tempo, che spiazzò classi dirigenti e culture producendo, man mano, il mondo che oggi conosciamo. Quello che sta accadendo oggi nel processo Transizione è analogo. Gli abitanti del mondo di Flatlandia stanno sperimentando sulla loro pelle ciò che in passato produssero verso il mondo lineare e unidimensionale che li aveva preceduti. L’Aristocrazia, una classe al potere che aveva i suoi riti, la sua cultura, i suoi presidi sociali che erano durati per secoli e secoli – strutture che venivano pensate eterne, immodificabili e l’espressione più alta raggiungibile dall’umanità, una cosa solo da “oliare” un po’ – non riuscivano a cogliere la portata, la forza innovatrice del nuovo schema. La potenza e la forza racchiuse dalle conoscenze e dalle tecnologie a disposizione della nuova classe borghese erano fuori luogo, nel senso tecnico del termine: i due ambienti non erano solo non comunicanti, ma due universi diversi che quando entravano in contatto avevano percezioni non comprensibili dalle differenti visuali.

Ma la storia non si ferma, anzi. La sua velocità, negli ultimi decenni, ha assunto caratteristiche che vanno al di là della stessa struttura cognitiva della specie umana dell’era dell’alfabeto. Una rottura che segnala discontinuità profonde che vanno oltre le classiche generazionali (che ricordiamoci sono una “invenzione” dell’era industriale). Stiamo sperimentando la formazione di una specie umana diversa? La forma della sua struttura cognitiva resterà la stessa oppure ne emergerà una nuova sotto la spinta delle nuove tecnologie della comunicazione? C’è chi lo afferma ormai esplicitamente e, dalla loro parte, ci sono scienziati del calibro di Stephen Hawking. Il grande fisico, negli ultimi anni, affermò come altamente probabile che al termini dell’attuale secolo la specie umana avrà generato il suo superamento.

Mi sembra di poter dire che mentre la società mondiale, con tutte le storture e i disagi, le diseguaglianze e le incongruenze, affronta il tema della Transizione del mondo verso l’era digitale (e delle sue “dimensioni” nuove), molti degli operatori del mondo dei mass media (ma anche dei politici) sembrano incapaci di comprenderne la portata, la reale dimensione, proprio come gli abitanti di Flatlandia. La risposta facile di fronte ai processi, neanche troppo velata ed implicita, è che ciò che sta accadendo di nuovo nel mondo, deve essere ricondotto all’interno degli schemi conosciuti; ciò che non si riesce a piegare è considerato “a-culturale”, privo di qualità, barbaro e destinato ad essere, prima o poi, cancellato. Lo affermava molto bene quasi trent’anni fa Pierre Levy, quando affermava che “il colmo dell’accecamento si raggiunge quando le vecchie tecniche sono dichiarate culturali ed impregnate di valori, mentre le nuove sono denunciate barbare e contrarie alla vita. Colui che condanna l’informatica non penserebbe mai a criticare la stampa ed ancor meno la scrittura” .

Purtroppo è come se la vecchia classe dirigente, incontrando l’era digitale, smarrisse la capacità di comprendere le dinamiche in atto, riproponendo ostinatamente le “ragioni”, le vecchie condizioni e le loro caratteristiche.

Quale futuro per il servizio pubblico radiotelevisivo

Ovviamente i servizi pubblici radiotelevisivi non chiuderanno dall’oggi al domani, ma già da decenni hanno smarrito la loro “spinta propulsiva”, l’alterità di modello di comunicazione che li faceva sostanzialmente diversi dalla televisione commerciale.
La differenza, infatti, non risiede “solo” nel contenuto proposto, ma nella relazione prodotta. Se la tv pubblica intesse la stessa forma di relazione tra individuo e mercato delle merci (attraverso il flusso di contenuti più o meno acquistati, più o meno contenenti “vincoli” che derivano dal contratto con lo Stato), nessun contenuto avrà mai una possibilità di essere disgiunto da quello commerciale.

nuove tecnologie nuovi servizi

Per questo provammo, nel 1997, a imporre alla Rai il recupero di spazi di alterità. Non era voglia di “ridimensionare” le risorse della Rai per ridurne la capacità (come pensarono alcuni) o trovare una scusa per ridurre della stessa quantità quelle del suo concorrente privato (come pensarono altri). Era il tentativo di recuperare un laboratorio sperimentale di produzione televisiva che uscisse dalla forma relazionale dell’industria di senso. Affrontare questa Transizione “attraverso” le norme che presidiano il funzionamento dei vertici del servizio pubblico o attraverso le decisioni che riguardano l’assetto aziendale a cui per decenni è stata affidato questo ruolo, risulta oggi non solo miope, ma quasi incomprensibile. Infatti, il dibattito sociale e politico intorno al destino della RAI (ma più in generale dei servizi pubblici radiotelevisivi in Europa) è scemato fino ad essere quasi inesistente o a-significante.

Certo, nel dibattito tra esperti del settore, emerge spesso il residuo di quel ormai vecchio e logoro “Partito Rai”. Quello che ha fatto dello scambio di relazioni tra la propria, e spesso personale, funzione protempore di dirigente o di giornalista o di regista o di artista e il mondo della politica la misurazione della giustezza dell’interpretazione della missione pubblica. Quello che si sente investito della missione di “con-trattare” la partita su quel nesso “produzione di senso”-“produzione di consenso” a nome della collettività nazionale.

È per questo che non si può pensare che il dibattito intorno alla RAI riprenda dalla denuncia di quello che si giudica (a partire dalla propria collocazione culturale o politica) come l’uso distorto che il governo pro-tempore fa della azienda e dei contenuti diffusi. Troppe distorsioni di parte, negli ultimi decenni, sono state fatte passare come “bene del paese” per essere oggi credibili con denunce di “occupazione” o di “partigianeria”. Infatti, gli appelli cadono nel vuoto. Poche persone (e ancor meno forze politiche) potrebbero, oggi, risultare credibili con le loro denunce. Certo, le distorsioni di ieri non possono giustificare le distorsioni dell’oggi, ma anche per questo ciò che si chiede in profondità, è un cambio di personale politico e dirigenziale. Una necessità che è fortemente sentita dal profondo della società e che in parte ha prodotto l’attuale quadro politico. Ma senza una strategia altra, che nasce da un’analisi altra e che indichi un orizzonte sociale e politico “altro”, nessuna sostituzione di donne e uomini al comando, nessun equilibrio diverso nel CdA, nessuna direzione affidata a questo o a quello (oltre a soddisfare la propria cordata e la personale visione del mondo) è in grado di produrre un cammino diverso. Purtroppo ormai largamente scontato.
Nella società che sta iniziando a introdursi nell’era della disintermediazione, con le tecnologie di sviluppo del modello di Internet di domani, quella della Blockchain che sta producendo l’esperienza delle cripto-valute e degli smart contracts, quell’Internet delle Cose che sta già rivoluzionando le vite delle persone connesse, è difficile ipotizzare uno schema di servizio pubblico radiotelevisivo se non “rompendo” l’attuale struttura relazionale che lega lo spettatore al contenuto, rompendo lo schema con il flusso pubblicitario e generando un’alterità nella capacità ideativa e produttiva. Oggi la misurazione del gradimento e della qualità potrebbe essere fatta con modalità del tutto innovative.

Ma mi fermo qui. La discussione del futuro del sistema radiotelevisivo pubblico meriterebbe ben altre riflessioni e analisi. Nella società della Disinter”media”zione, infatti, il ruolo dello schermo gigante, in cui siamo abituati a vedere i contenuti televisivi, potrà andare oltre la proiezione dei contenuti premium del mercato della tv commerciale. A patto che si comprendano i confini nuovi e si avvii una fase di sperimentazione di linguaggi con consapevolezza e capacità. Esistono nell’azienda di servizio pubblico le competenze per fare questo? E se l’attuale gruppo dirigente non è in grado di affrontare la partita, quello di ieri, quello che sa gestire il vecchio modo di fare la televisione con “logica” relazionale commerciale, può rivendicare il ritorno al comando? Quanti anni sono che si avanza per cooptazioni e non si rilancia una sfida verso il nuovo?

Resisterà la RAI di fronte a tale scommessa?


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Sergio Bellucci, giornalista e scrittore, dirigente politico e manager, ha scritto numerosi editoriali, articoli e saggi sui temi della comunicazione e della società dell'informazione. Membro del Comitato d'Onore dell'Osservatorio Internazionale sull'Audiovisivo e la Multimedialità (OIAM) della Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo. È stato dipendente del gruppo Fininvest dal 1978 e fino al 1993, durante tale periodo ha svolto anche attività sindacale nella CGIL come membro della Segreteria Nazionale della FILIS. Dal 1995 al 2006 è stato responsabile nazionale della Comunicazione per il Partito della Rifondazione Comunista. Dal febbraio del 2013 è direttore del quotidiano Terra e nel 2014 è diventato Presidente della Free Hardware Foundation Nel libro E-work. Lavoro, rete e innovazione analizza l'impatto delle nuove tecnologie digitali sulla vita umana con una particolare attenzione al mondo del lavoro. Secondo le sue analisi, l'avvento del digitale comporterebbe una "nuova organizzazione scientifica del lavoro", definita "taylorismo digitale", attraverso un impiego distorto della rete. Nelle tesi di E-work si prospetta la nascita del "lavoro implicito", il lavoro effettuato obbligatoriamente, senza nessuna retribuzione e attraverso strumentazione a carico del lavoratore, che le piattaforme digitali stanno espandendo nel loro ciclo produttivo. Insieme a Marcello Cini ha scritto “Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza” analisi del cambiamento epocale del capitalismo avvenuto negli ultimi venti anni: il passaggio da un'economia materiale ad un'economia immateriale, che produce un bene intangibile e non mercificabile: la conoscenza.

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