Lo scenario politico italiano: il pericolo che incombe e la prospettiva che si apre

Il Digital Day si apre in uno scenario politico che sembra destinato ad una accelerazione senza precedenti. Il governo M5S-Salvini stretto nella tenaglia tra impegni presi nel “contratto”, frutto di quelli presi alle elezioni con i rispettivi elettorati, e i vincoli degli accordi europei sulla gestione dei bilanci statali e della moneta unica, sembra apparentemente messo all’angolo. Molti osservatori e politici del PD attaccano il governo con attacchi concentrici fuori luogo:

  1. “Non siete credibili perché non rispettate gli impegni elettorali”;
  2. “Se rispettate gli impegni elettorali il paese va contro un muro”.

Da questo sentiero stretto si comincia ad intravvedere una soluzione politica che Salvini potrebbe star preparando. Una soluzione utile, sotto molti punti di vista, al suo progetto politico. Una soluzione capace di assestare, probabilmente, il colpo di grazia sia al M5S, sia al residuo quadro politico della seconda repubblica. Andiamo per punti.

La commissione europea, dopo le schermaglie iniziali, sembra convincersi che possa portare a casa il risultato. Ma quale risultato? Se si guarda oltre l’ovvio e con occhio distaccato, il risultato al quale si stanno avvicinando è quello di rafforzare il leit motiv della campagna elettorale di tutti i movimenti sovranisti in tutti i paesi. Non è un caso, infatti, che tutti i governi, anche quelli a maggioranza sovranista, si siano schierati contro la manovra italiana. La sinistra rappresentata dal PD, invece di gioire dell’isolamento del governo M5S-Salvini, avrebbe dovuto lanciare un grido di allarme: state dando una mano a fare scacco matto all’Europa! Infatti, una trattativa che costringa il governo italiano a tornare indietro, aprirebbe l’autostrada ad una facile campagna elettorale prima nazionale e poi continentale: chi deve/può governare nei paesi? Cosa conta la partecipazione democratica oggi?

A Salvini, quindi, basta arrivare alla soglia dell’approvazione della legge di bilancio mantenendo fermi gli attuali desiderata del governo e, all’ultimo giorno, “accettare” le modifiche imposte dalla Commissione Europea. Farlo in nome della salvezza del paese, e poi rivolgersi agli italiani: “Volevamo fare la flat tax, quota 100 e pure dare una mano a chi non ha un lavoro per rimetterlo in gioco (non direbbe “reddito di cittadinanza” ma si approprierebbe, con un colpo solo, del consenso e dell’immaginario di quel target oggi in mano del M5S). I tecnici europei, non eletti da nessuno e che non rispondono a nessuno, quelli legati alle tecnocrazie finanziarie che ci hanno portato a questo punto con le loro politiche in 30 anni di governi, ci hanno impedito di rispettare l’impegno democratico preso con i nostri elettori. Ora io mi rivolgo a tutti gli italiani: noi non siamo disposti a stare un minuto in più sulle poltrone se non possiamo rispettare gli impegni elettorali, ci dimettiamo un minuto dopo l’approvazione della legge di bilancio e chiederemo agli italiani una cosa sola. Chi deve governare in Italia, voi con il vostro voto o i tecnici di Bruxelles? Avete una possibilità immediata per dare una risposta: il 3 marzo alle elezioni politiche potrete ancora decidere liberamente!”

Salvini
Matteo Salvini. Photo credit: Tiscali Notizie

A quel punto avrebbe sfruttato il pretesto per sciogliere un’alleanza di governo che alla fine della storia sarà risultata utile solo a prendere lo slancio per una leadership personale e della Lega nel fronte sovranista che sta affilando le armi per le elezioni di Maggio. Avrebbe fornito al movimento sovranista il casus belli per un attacco forse mortale al vecchio establishment europeo. Potrebbe regolare una volta per tutte i problemi di governo all’interno del centro-destra italiano. Raddoppierebbe il numero dei parlamentari e probabilmente prosciugherebbe sia sul versante di Forza Italia, sia su quello di un ex-alleato, come il M5S, alla fine non più necessario. Troverebbe il campo del centro sinistra completamente raso al suolo. Con un PD senza un segretario e senza una linea politica né tantomeno strategica; con un Renzi ancora nel guado se restare o tentare di fare la fine di Macron. Con una sinistra squassata dalle solite beghe della formazione delle sue liste e listine.

La sinistra, il mondo del lavoro, le idee legate ad un processo di liberazione e di autodeterminazione, non possono assistere inerti davanti a questa deriva. C’è un soggetto che manca dentro lo scontro politico in Europa e nel mondo. Tra le élites finanziarie da una parte e i sovranisti dall’altra, deve scendere in campo una mobilitazione dei lavoratori europei su una piattaforma di lotta che vada oltre gli schemi esistenti. Una piattaforma fatta di parole semplici vecchie e nuove: Contratti di lavoro europei! Stessa paga per lo stesso lavoro, da Nord a Sud dell’Europa; un modello sociale unico per sanità, trasporti, scuola, università; una contrattazione europea per il “lavoro implicito”, che redistribuisca i profitti delle grandi aziende digitali; una riorganizzazione di aree produttive sociali capaci di sfruttare le possibilità produttive e relazionali che le tecnologie digitali ci mettono a disposizione, aprendo così alle economie oltre-capitalistiche come quelle del dono, del riuso, della riparazione, del recupero, del riciclo e ad un territorio ripensato anche sul terreno della gestione degli scarti; la difesa della produzione europea, anche con vincoli doganali, contro il dumping di prodotti che non hanno gli stessi diritti sociali incorporati; la creazione di una moneta sociale utile per le nuove forme economiche e gli scambi sociali, una moneta sociale indipendente che renda la società autonoma per i propri bisogni, prima che le banche superino loro stesse la centralità delle banche centrali e del vecchio sistema di monete e ci impongano un sistema bancario ancora meno rispondente alle necessità delle persone. Il rilancio di una solidarietà vissuta nella costruzione di questi processi che definisca forme di relazione nuove e che sia in grado di farci approcciare anche il tema delle migrazioni con schemi altri e al di fuori di tutte le attuali logiche, anche quelle assistenzialiste.

Potrei andare avanti, ma mi fermo qui solo per non annoiare troppo.

Quello che serve è uno schema nuovo, di una sinistra nuova e non semplicemente nei nomi (cosa che comunque non riesce…).  Nuova nelle idee, nei programmi, nelle prassi. Una sinistra in grado di competere con le attuali leadership economiche, sociali e politiche, nella “costruzione” diretta della società di domani, non nell’accettazione e risistemazione del quadro esistente o nella rivendicazione di un po’ di diritti verso un potere che rimane sempre nelle solite mani. Serve la costruzione di una politica che costruisca un modello di welfare nuovo; noi di Net Left lo chiamiamo Welfare delle Relazioni.

Occorre riprendere una autonomia, di pensiero, di progettualità, di organizzazione. Tornare a scegliere di stare non semplicemente dalla parte degli ultimi, ma di lottare insieme a loro per rivendicare il diritto al potere. Ad un’altra forma del potere. È possibile.


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Sergio Bellucci, giornalista e scrittore, dirigente politico e manager, ha scritto numerosi editoriali, articoli e saggi sui temi della comunicazione e della società dell'informazione. Membro del Comitato d'Onore dell'Osservatorio Internazionale sull'Audiovisivo e la Multimedialità (OIAM) della Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo. È stato dipendente del gruppo Fininvest dal 1978 e fino al 1993, durante tale periodo ha svolto anche attività sindacale nella CGIL come membro della Segreteria Nazionale della FILIS. Dal 1995 al 2006 è stato responsabile nazionale della Comunicazione per il Partito della Rifondazione Comunista. Dal febbraio del 2013 è direttore del quotidiano Terra e nel 2014 è diventato Presidente della Free Hardware Foundation Nel libro E-work. Lavoro, rete e innovazione analizza l'impatto delle nuove tecnologie digitali sulla vita umana con una particolare attenzione al mondo del lavoro. Secondo le sue analisi, l'avvento del digitale comporterebbe una "nuova organizzazione scientifica del lavoro", definita "taylorismo digitale", attraverso un impiego distorto della rete. Nelle tesi di E-work si prospetta la nascita del "lavoro implicito", il lavoro effettuato obbligatoriamente, senza nessuna retribuzione e attraverso strumentazione a carico del lavoratore, che le piattaforme digitali stanno espandendo nel loro ciclo produttivo. Insieme a Marcello Cini ha scritto “Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza” analisi del cambiamento epocale del capitalismo avvenuto negli ultimi venti anni: il passaggio da un'economia materiale ad un'economia immateriale, che produce un bene intangibile e non mercificabile: la conoscenza.

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