Dialogo tipo:
-Ma tu cosa fai nella vita?
-io faccio il mediatore culturale.
-il cosa?
E via giù a dar spiegazioni.

Cos’è un mediatore culturale

Allora visto che ci siamo, lo spiego una volta per tutte e in prima persona.
In primo luogo pongo l’accento sull’etimologia dei due termini: “mediatore”, viene da mediator-oris che vuol dire “stare nel mezzo”, la parola “culturale” sta ad indicare qualcosa che ha a che fare con la cultura.
Premesso, dunque, che lo studio etimologico aiuta molto nelle definizioni, vediamo come poi, anche senza quest’ultimo si possa facilmente capire che non stiamo parlando di un ingegnere chimico.

È che a volte ci vorrebbe un po’ più di elasticità mentale, ma forse, in un momento come questo (sociologicamente e politicamente molto difficile) parrebbe chiedere troppo.
Lasciando da parte le intuizioni, vediamo nello specifico di cosa mi occupo: il mediatore culturale è un “ponte” tra l’istituzione con cui sceglie di lavorare e l’utenza straniera, che può essere “regolare” o “irregolare” sul suolo nazionale.
In particolare io lavoro nella sanità, quindi negli ospedali, negli ambulatori, nel consultori ecc…, mi occupo di tradurre e non solo, controllo che la loro posizione a livello giuridico (precedentemente, in teoria, avallata dalla questura) sia corretta perché da quest’ultima dipende la loro iscrizione all’SSN (servizio sanitario nazionale) che poi dà le consequenziali cure e i diritti alla salute.
E cosa fare se queste persone corrispondono allo status di “irregolari”? Si cerca, con altri mezzi di garantire loro le cure basilari e di dare il diritto alle cure ambulatoriali urgenti o essenziali per malattie e infortunio.

cos'è un mediatore culturale
cos’è un mediatore culturale? (pixabay.com)

Da queste delucidazioni si evince che, fino a poco tempo fa, comunitari ed extracomunitari che arrivavano in Italia, in regola o no con permessi o carte di soggiorno, avevano diritto alle cure urgenti e di profilassi.
Ed ora? Ora in teoria questo avviene ancora, in pratica no.
È da pochi giorni diventato legge il cosiddetto “decreto sicurezza bis”, approvato dalla maggioranza e voluto soprattutto dal leader della Lega e ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Il decreto prevede “Disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica”, ed è composto da 18 articoli divisi in tre capi: disposizioni urgenti in materia di contrasto all’immigrazione illegale e di ordine e sicurezza pubblica, disposizioni urgenti per il potenziamento dell’efficacia dell’azione amministrativa a supporto delle politiche di sicurezza, disposizioni urgenti in materia di contrasto alla violenza in occasione di manifestazioni sportive.

Per chi come me fa questo lavoro, ciò significa studiare nuovamente leggi che oramai cambiano mese dopo mese, ma questo sarebbe il minimo; dunque, viste le precedenti spiegazioni questo decreto vuol dire farsi venire il mal di stomaco, ogni volta che si è costretti a metterlo in pratica.
Non voglio parlare di leggi e decreti in questa sede, per chi fosse interessato ad approfondire sulle barbarie imposte da questo ministro della ferocia, esistono articoli interessanti e corretti che spuntano nell’internet.
Voglio invece mettere l’accento sulle atrocità ascoltate in questi anni, su quelle viste (difficili da digerire), sulle storie di vita, sulla mancata solidarietà, su ciò che è umano o disumano e su molte altre cose che, tuttavia, sarà difficile racchiudere in un articolo.

Forse una, delle tante storie, può essere emblematica; una storia che però assomiglia incredibilmente a milioni di altri racconti.
D. è un ragazzo che viene dalla Nigeria ed è riuscito a fuggire dal villaggio in cui viveva con la madre ed i tre fratelli, prima che la sua casa fosse data alle fiamme.
Racconta che il resto dei suoi parenti e molti amici, sono morti nei lager libici dove egli stesso è rimasto per un anno, prima di riuscire a scappare.
Ha attraversato centri abitati e deserti, perso tutta la sua famiglia, le sue cose, ha lavorato per la polizia libica prima di scappare, ma racconta che non era un vero lavoro ed era più che altro obbligato a prestare servizi, pena la tortura.
“All’inizio ci maltrattavano con i fucili, con i coltelli, urinavano su di noi, facevano tutto quello che volevano mentre noi dormivamo ammassati in un capannone senza bere né mangiare. Da li sono stato portato in una prigione dove c’erano 300 persone circa tutte in una stanza e lì ci davano poco cibo e poca acqua, questo era tutto quello che abbiamo ricevuto in 8 mesi”.

Il racconto prosegue soffermandosi sulle tipologie di torture: dalle frustate sulla schiena, alle scottature imposte e premeditate con il ferro da stiro bollente, all’obbligo di evacuare in pubblico e negli stessi contenitori dove poi veniva distribuita la scarna razione di cibo giornaliera.
Poi D. una volta mi ha raccontato dei somali, perché per loro è peggio mi dice, ai somali non danno quasi mai l’acqua e li costringono a farsi picchiare a morte; l’alternativa è rialzarsi da terra ed uccidere con le proprie mani uno dei membri della loro famiglia, ed allora la maggior parte si lascia morire facendosi picchiare a morte.
Quella volta non ce l’ho fatta ad ascoltare fino alla fine.

Eppure storie del genere ne vedo e ne ascolto quasi ogni giorno, ne noto gli effetti specialmente su coloro che prima ottenevano la cosiddetta “protezione umanitaria” ed oggi non la ottengono quasi più.
Difatti l’articolo 1 del decreto Salvini prevede che sia abolito il permesso di soggiorno per motivi umanitari e prima del 05/10/2018, data di entrata in vigore del citato articolo, la legge prevedeva che la questura poteva concedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari ai cittadini stranieri che presentavano “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”, come ad esempio ai minori stranieri non accompagnati fortemente traumatizzati dal viaggio, alle donne con bambino che hanno subito torture e/o detenzione in Libia, a coloro cui nel loro Paese non viene garantita la dignità umana attraverso un livello di vita accettabile, ovvero alle persone che fuggivano da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea. Nel 2017 l’hanno ottenuto per esempio molti giovani migranti provenienti da Gambia (da cui partono molti minori non accompagnati), Mali (al 144° posto del Global Peace Index nel 2018), Bangladesh (vittima di un misto di discriminazioni interne e di ricorrenti catastrofi ambientali).

Questo tipo di tutela era stata introdotta in Italia nel 1998 e previsto dall’art. 10, comma 3, della Costituzione, ai sensi del quale l’Italia deve riconoscere l’asilo a tutti coloro i quali nei Paesi di origine non sono riconosciuti i diritti e le libertà fondamentali riconosciute dalla nostra Costituzione. Al posto della protezione umanitaria, il decreto introdurrebbe la “protezione speciale” concedibile solo in caso di ricorrente dei divieti di espulsione previsti dall’art. 19 T.U. sull’immigrazione; permesso che una volta riconosciuto non dà diritto all’accoglienza, né alla conversione in permesso di soggiorno per lavoro.

Oltre l’aspetto legislativo appena citato, la cosa raccapricciante è, per chi fa il mio lavoro, dover mettere in pratica tutto ciò e dover assistere a traumi, sofferenze e problematiche che non potranno risolversi.
Ho visto persone malate dover tornare a casa, ho visto ragazzi espulsi disperati per l’assenza di un futuro migliore, ho visto familiari residenti qui da 10 anni non poter far arrivare madri, padri e fratelli.
L’ultimo ragazzo (albanese) che ho preso in carica aveva un tumore del colon, contava di arrivare con un permesso per cure mediche e ottenere le terapie di cui aveva bisogno in Italia, perché qui vivono ad oggi il fratello e la cognata residenti ormai da quasi 20 anni; è tornato a casa, malato e solo. Non so che fine abbia fatto.
Quando vi rifate a slogan meschini come il famigerato “aiutiamoli a casa loro” ricordate che casa loro è un inferno e che nessuno mette i propri figli su una barca a meno che questa sia più sicura della terra.
Come ve lo sentireste lo stomaco, se doveste dire a queste persone che cercano aiuto, che non li puoi aiutare, perché il governo non aiuta te nel mettere in pratica il tuo lavoro nel migliore dei modi. Come lo direste voi a donne, bambini ed anziani di tornare a casa loro e di andare a morire perché la ferocia è subentrata all’interno delle stesse istituzioni che dovrebbero proteggerli? E non come migranti, ma semplicemente come esseri umani.
Perché questo sono. Non sono neri, gialli o rossi, sono persone. Padri e Madri come voi.

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Tamara Mancini
Mi sono laureata all'università La Sapienza di Roma dove ho conseguito la prima laurea in Scienze Storiche e la seconda in Storia delle Religioni. Ho scelto poi una specializzazione in Islamistica, interessandomi del medio oriente dal punto di vista religioso, culturale e socio-politico; da queste esperienze è nato il mio primo libro "Sufismo e Islam: l'importanza della donna nella mistica" edito da La Caravella editrice. Nella stessa università ho ottenuto un Master in Mediazione Culturale e un corso di Alta Formazione post laurea, con entrambi ho ottenuto un posto all'interno di una cooperativa del Nord Italia che mi permette di esercitare un lavoro che amo molto, quello del mediatore culturale appunto. Oltre ai libri e allo studio ho due grandi passioni: organizzare conferenze su argomenti legati al mio percorso di studi e fare radio. Sono, difatti, la speaker di un programma culturale che va in onda ogni giovedì dalle 17.15 fino alle 18.15 su una radio web che risponde al nome di Active Web Radio (direct: www.active-media.it)

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