Questo articolo sull’esperienza dei Musei Vaticani in mascherina si sarebbe potuto intitolare, con una citazione da David Foster Wallace, “Una cosa meravigliosa che non farò mai più” o più verosimilmente, con una eco wertmulleriana, “Una cosa meravigliosa che con molta probabilità dovrò abituarmi a fare spesso” perché, almeno per ora e fino a data da destinarsi, nei musei permane l’obbligo di indossare la mascherina.

Ai Musei Vaticani in questo periodo si accede solo su prenotazione, con turni di entrata ogni 15 minuti. Essendo obbligatoria, la prenotazione online, che normalmente costa 4 euro, è gratuita. Quando ti metti in fila (una fila breve e scorrevole, dimenticate le code chilometriche lungo le mura) ti accorgi immediatamente che quasi tutti intorno a te parlano italiano, con una certa predominanza di accenti del nord. Ogni tanto giungono frammenti di conversazione in tedesco, più rari quelli in francese. Di giapponesi non v’è traccia.

Superati i controlli all’ingresso (metal detector e termoscanner), la sensazione che ti assale è quella di un aeroporto che sonnecchia ancora, con le saracinesche dei negozi abbassate, i bar che cominciano a servire le prime colazioni della giornata e la sola compagnia dei passeggeri che come te hanno prenotato il primo volo dell’alba. Ti dirigi verso la biglietteria per cambiare il voucher di prenotazione in biglietto negli unici due gabbiotti aperti e solitari e mentre superi i tornelli in agilità la subitanea consapevolezza che l’intera operazione d’ingresso ai Musei Vaticani abbia sfiorato a malapena i 15 minuti di durata tratteggia sul tuo volto, nascosto da occhiali da sole e mascherina, l’estasi di Santa Teresa d’Avila.

Riapri gli occhi sulle centinaia di audioguide inutilizzate, abbandonate sui ripiani dello scaffale, una ragnatela di cavi e dispositivi sanificati che attendono di prendere vita in un quadretto triste che per un attimo ti fa sentire come WALL-E sulla terra dei robot obsoleti. Prosegui senza indugio verso la scala mobile in direzione dei tesori vaticani. Durante la salita l’ambiente comincia a illuminarsi grazie al soffitto a vetri del piano superiore che lascia filtrare i raggi di un sole cocente nel primo giorno d’estate. L’effetto serra è immediato e per la prima volta ti assale il dubbio che non riuscirai ad arrivare viva alla Cappella Sistina con indosso quella maledetta mascherina con gli alettoni che oltre a non farti respirare ti fa anche somigliare a un elfo.

Giunta al piano superiore, la sete d’aria è immediata e prima di cominciare il percorso delle meraviglie ti fiondi verso il cortile della Pinacoteca già boccheggiando. La splendida vista della cupola di San Pietro di cui si può godere da lì e l’armonia del Giardino Quadrato su cui si affaccia l’edificio ti riconciliano subito con la vita. Ti prendi qualche minuto per una sorsata d’acqua fresca dalla fontana e una serie di respiri profondi, poi ti risistemi la mascherina con gli alettoni e cominci l’immersione nei Musei Vaticani.

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Il Cortile della Pinacoteca

Musei Vaticani: la Pinacoteca

L’edificio inaugurato nel 1932 è stato appositamente realizzato per accogliere i dipinti della collezione che non avendo una dimora stabile venivano continuamente spostati nei Palazzi Apostolici. Le 18 sale ospitano attualmente circa 460 opere e il manuale di sopravvivenza dei visitatori di musei con mascherina afferma che si debba sacrificare all’attenzione qualche capolavoro. La fredda logica però non ti impedisce di provare un grave senso di colpa quando scorri con lo sguardo i dipinti senza dedicare loro l’attenta visione che meritano: ti colpisce una sorta di sindrome da capolavoro perduto, la paura atavica di uscire dai Musei Vaticani dopo quattro ore di visita e nel confronto con gli accompagnatori renderti conto che hai mancata questa o quell’altra opera d’arte imprescindibile.

Per ovviare a ciò e considerando l’ovvia parzialità delle audioguide, il tuo percorso all’interno delle sale difficilmente seguirà una linea retta e il tuo sguardo vagherà costantemente tra i dipinti nel testardo proposito di non perdere nulla. La visita ai Musei Vaticani in questo periodo di bassa affluenza è quindi fortemente consigliata, si evita così di sbattere in continuazione contro gli sconosciuti e di calpestare decine di piedi nella stagione dei sandali. Da sottolineare anche il clima piacevole di cui si gode all’interno della Pinacoteca che attenua quasi immediatamente il timore di soffocamento da cui vieni assalito all’entrata.

L’allestimento delle 18 sale segue un percorso cronologico, dai Primitivi del XII-XIII secolo agli artisti del XIX. Il manuale di sopravvivenza dei visitatori di musei con mascherina consiglia di soffermarsi in particolare su quattro opere fondamentali della pittura italiana:

  • Il Trittico Stefaneschi di Giotto, sala II
  • La Trasfigurazione di Raffaello, sala VIII
  • Il San Girolamo di Leonardo, sala IX
  • La Deposizione di Caravaggio, sala XII

Impossibile altresì ignorare i capolavori del Beato Angelico e di Filippo Lippi, del Perugino e di Guido Reni. Sarebbe un grave peccato anche non soffermarsi sui frammenti di affreschi di Melozzo da Forlì, o sugli arazzi realizzati su disegno di Raffaello. In ultima analisi, è consigliabile non perdere nulla.

Se l’ammirazione dei tratti di Giotto, dei colori di Raffaello e dei chiaroscuri di Caravaggio è sempre possibile, bisogna tuttavia riconoscere che l’approccio e la fruizione dell’opera d’arte vengono in una certa misura condizionati dalla presenza della mascherina a copertura di bocca e naso. Questo è apparso chiaro di fronte al capolavoro di un pittore che riesce come pochi altri a suggestionare lo sguardo di chi osserva e, per usare una parola fin troppo abusata, a emozionarlo, ovvero Caravaggio. (La visione del suddetto capolavoro può essere ulteriormente compromessa se una finestra aperta da un custode va a proiettare un riflesso di luce dritto su Maria di Cleofa, portando nella sala una folata di caldo in grado di precipitarti nell’immediata consapevolezza di ogni singola gocciolina di sudore che comincia a scorrerti nella zona naso-labiale sotto la mascherina.) Incidenti a parte, si ha la sensazione che questa garza sul viso che ti restituisce costantemente il tuo stesso respiro privandoti dell’olfatto, vada a erigere una barriera tra l’opera e l’osservatore e trattenga quest’ultimo in una dimensione autoreferenziale che gli impedisce di stabilire un contatto diretto con l’opera.

Dal Museo Gregoriano Egizio alla Galleria delle Carte Geografiche

Notevole la collezione di reperti presenti in queste 9 sale che coprono un vasto arco cronologico dall’Antico Regno all’epoca romana, con molte opere di manifattura romana provenienti dalla Villa di Adriano a Tivoli e tre ambienti dedicati ai reperti provenienti dal Vicino Oriente antico. Molto suggestivo l’impatto con due mummie presenti nella seconda sala dedicata ai costumi funerari dell’antico Egitto, è difficile smettere di ammirare le piccole unghie rosa al di là del vetro incredibilmente conservate su mani e piedi di una di loro, a costo di apparire morbosi.

Da sottolineare in questa sala due capolavori dell’arte funeraria. La prima opera, conosciuta come Dama del Vaticano, è un lungo lenzuolo di lino risalente al III secolo d.C. che ricopriva interamente il corpo di una defunta ritratta a figura intera e riccamente abbellita. Immediatamente dopo è possibile ammirare Ritratto del Fayyum di giovane uomo risalente al IV secolo d.C., una tavoletta di legno su cui è splendidamente ritratto il volto del giovane defunto, che veniva posta sulla mummia come maschera funeraria. Questa è una delle preziose opere lasciate in eredità ai Musei Vaticani dallo storico dell’arte Federico Zeri, il cui lascito comprende anche, visibili nella sala VII, i rilievi funerari palmireni, provenienti dall’antica città di Palmira in Siria, tristemente balzata agli onori della cronaca per l’orrendo spettacolo della distruzione di una buona parte delle sue antiche rovine da parte dei terroristi dell’ISIS nel 2015.

Accompagna lungo tutto il percorso la visita al Museo Gregoriano Egizio una splendida visuale del Cortile della Pigna, al cui centro è collocata l’opera bronzea di Arnaldo Pomodoro. Qui si può trovare anche l’unico punto di ristoro attualmente aperto nei Musei Vaticani (anche se la gran quantità di distributori automatici molto forniti e ben dislocati sventa il rischio di calo glicemico o disidratazione del visitatore). A proposito di Arnaldo Pomodoro, è utile sottolineare che nei Musei Vaticani è presente anche una ricca collezione di arte contemporanea con opere di artisti come Matisse, Chagall, Dalì, Carrà, de Chirico e Van Gogh. Vale senz’altro la pena dedicarle attenzione durante la visita, si trova subito prima dell’entrata alla Cappella Sistina.

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Il Cortile della Pigna con l’opera bronzea di Arnaldo Pomodoro

Lasciato il Museo Gregoriano Egizio, e sorvolando in questa sede su quello etrusco, si passa al Museo Pio Clementino per ammirare la collezione di scultura classica. Imprescindibile la visita al Cortile Ottagono dove ammirare capolavori assoluti come l’Apollo del Belvedere e il Laocoonte, togliersi la mascherina per un istante, lasciarsi cullare dal suono dell’acqua che zampilla dalla fontana al centro e abbandonarsi a fantasie del tipo “oh, come sarebbe bello abitare qui”. Il Cortile Ottagono, un tempo quadrato e conosciuto come Cortile delle Statue, è una piccola oasi di bellezza e di pace, un gioiello che ospita il primo nucleo della collezione di antichità classiche avviato da Giulio II nel ‘500. Il Laocoonte è qui da allora.

Nel percorso verso la Cappella Sistina, una tappa fondamentale è da riservare alla strabiliante Galleria delle Carte Geografiche, voluta da papa Gregorio XIII nel 1581. Sulle pareti che corrono lungo tutti i 120 metri della galleria sono affrescate 40 tavole geografiche a rappresentare la totalità della “nobilissima” Italia, realizzate con mirabile precisione sotto il coordinamento del cosmografo Ignazio Danti. Sul soffitto sono raffigurati episodi miracolosi legati ai territori sottostanti. La galleria è stata recentemente oggetto di un attento restauro che le ha restituito quella ricchezza di colori che oggi ti fa spalancare gli occhi dalla meraviglia. Lo sport più praticato qui è l’individuazione della propria città di origine sulle mappe dettagliatissime. 10 a 1 che la trovate.

Dalle Stanze di Raffaello alla Cappella Sistina

Passati i dipinti ottocenteschi della Sala Sobieski e dell’Immacolata si entra nelle Stanze di Raffaello, volute da Giulio II e realizzate da Raffaello e dai suoi allievi tra il 1508 e il 1524. Le stanze sono 4:

  • Stanza dell’Incendio di Borgo
  • Stanza della Segnatura
  • Stanza di Eliodoro
  • Sala di Costantino (decorata dagli allievi di Raffaello in seguito alla morte del maestro e attualmente in restauro)

Entrare nella Stanza della Segnatura (la prima a essere affrescata in ordine cronologico) è come tornare indietro alle lezioni di storia dell’arte delle superiori, la Scuola di Atene ti si apre davanti mostrandoti chi sei e da dove vieni. Per quello che è e per ciò che rappresenta, la Scuola di Atene è una delle opere più importanti di tutta l’arte occidentale, il manifesto del Rinascimento e della sua visione antropocentrica, l’esaltazione delle facoltà intellettive dell’uomo con cui esso penetra, dominandolo, l’universo. Vi è ritratta la nascita del pensiero occidentale e gli uomini che ne sono stati protagonisti, Platone e Aristotele al centro e poi Pitagora, Eraclito, Euclide, Tolomeo, 58 figure in tutto. Qui lo sport più praticato è il riconoscimento dei personaggi, una pratica molto difficile perché nell’individuazione di alcuni di loro non c’è ancora concordia tra gli studiosi.

Quando finalmente entri nella Cappella Sistina capisci che fine hanno fatto tutte le persone che avevi incontrato all’ingresso, quelli che erano entrati 15 minuti prima di te e quelli che dovevano entrare dopo. Eccoli, stanno tutti qui. Nonostante l’affollamento però, non avverti una grande confusione, nessun bambino che urla, nessun telefono che squilla, non un religioso silenzio ma neppure un fracasso infernale. Sei di nuovo circondato per la quasi totalità da italiani e questo suscita in te un rinnovato stupore.

Si entra nella Cappella Sistina dalla porta laterale alla destra del Giudizio universale, ci vuole quindi un po’ per avere una visione d’insieme del capolavoro michelangiolesco. Qui, a meno che tu non sia Chiara Ferragni, è rigorosamente vietato fare foto (e d’altra parte, a cosa serve fare una foto a un’opera d’arte quando su decine di cataloghi e siti puoi trovare immagini realizzate in condizioni ottimali da fotografi molto più bravi di te?). A mano a mano che avanzi sul pavimento cosmatesco e ti lasci alle spalle la piccola porta d’entrata e la porzione di luce che da essa proviene, cominci ad avvertire un certo peso, come una pressione del colore, il rosso, il verde e soprattutto il blu del lapislazzuli nel Giudizio. Una visione che non lascia scampo, tanto che è difficile concentrarsi su una singola opera. Ti guardi intorno e poi guardi in alto maledicendo la tua cervicale. Nel frattempo, forse per la stanchezza della lunga camminata, ti si sono otturate le orecchie e il tuo stesso respiro comincia a rimbombarti nella mascherina: si va a creare un sonoro da film sullo spazio, quello nei caschi degli astronauti che fluttuano nell’universo senza rumori, tipo Gravity. Più cerchi di concentrarti sulla Creazione di Adamo più cresce la consapevolezza del tuo stesso respiro. Qualcosa sta andando storto, sta sfumando il momento perfetto di contemplazione che cercavi.

Avanzi ancora in cerca di una diversa prospettiva, ti allontani, superi la grata e ti avvicini alla grande porta di legno da cui entrano i cardinali riuniti in conclave. Ti avvicini alla parete di sinistra, lontano dagli altri visitatori e sfili uno degli alettoni della mascherina dal tuo orecchio di elfo, chiudi gli occhi e inspiri profondamente l’aria rinfrescante della Cappella, non sapresti distinguere nessun odore specifico, neppure quello delle persone, lo spazio sembra averlo assorbito. Quando riapri gli occhi, oltre la grata in una splendida prospettiva vedi finalmente quello che stavi cercando e ti rendi conto che lo vedi solo ora, perché è solo ora che non ti limiti a vederlo. La Cappella Sistina è un’opera immersiva che perturba per cui lo sguardo non è sufficiente, per sentirla devi perdere la consapevolezza di te stesso e lasciarti invadere. Così arriva il momento perfetto. Dai un’ultima occhiata cercando di assorbire quanto ti è possibile, chi può dire quando la rivedrai di nuovo, poi ti rimetti la mascherina da elfo e te ne vai.

Cronache dai Musei Vaticani: riflessioni conclusive

La difficoltà avvertita (perlomeno da chi scrive) nel cogliere il giusto approccio con l’opera d’arte indossando la mascherina non può sovrastare il piacere e la gioia di visitare un museo senza resse, senza dover sgomitare per riservarti un momento di contemplazione del capolavoro tanto atteso, senza temere costantemente la sensazione di vivere un’esperienza consumistica non molto lontana da un pomeriggio di shopping in un centro commerciale. Ogni individuo ha il diritto di accedere a un museo, le opere in esso custodite sono patrimonio dell’umanità, ma le politiche messe in campo negli ultimi anni (parliamo dell’Italia) rischiano di allontanare l’attenzione sull’esperienza estetica e formativa della fruizione di un bene culturale prediligendo un approccio consumistico, di quantificazione delle presenze, fino ad arrivare all’affitto del bene per eventi privati.

Più di 6 milioni di persone da tutto il mondo visitano ogni anno i Musei Vaticani e come ogni altra struttura anche questi subiranno un crollo nella media di presenze quest’anno. Quali politiche il Vaticano metterà in atto per costruire una nuova “normalità” non lo sappiamo, ma per quanto riguarda l’Italia ci auguriamo che questa crisi possa rappresentare un’occasione di ripensamento dell’intero sistema in direzione di una maggiore attenzione alla qualità dell’esperienza che alla quantità delle presenze. Il patrimonio dei beni culturali dovrebbe innanzitutto favorire lo sviluppo culturale e la coscienza critica di una società anziché puntare tutto sull’aumento degli introiti con un approccio su modelli industriali. Aspettiamo di vedere quale tendenza si seguirà nella ricostruzione post pandemia. Nel frattempo, visitate i musei e fatelo ora.

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Laura Girolami
Laura Girolami, 37 anni, dopo la laurea in Biblioteconomia ha esordito al cinema come sceneggiatrice e regista nel 2014 con Surrounded. Nel 2016 la sua prima commedia Non c’è più religione è andata in scena al Teatro Tordinona di Roma. La seconda commedia Pranzo a casa dei miei ha debuttato nel 2018 al Teatro Lo Spazio. Nello stesso anno ha pubblicato il suo primo romanzo Stupidi pesci edito da Il seme bianco. Appassionata di cinema, letteratura, serie tv, teatro, musica, fotografia, cibo, vino e meccanica quantistica.