Se alle elezioni presidenziali del 1940 a sfidare Roosevelt si fosse candidato per i repubblicani niente meno che l’eroe nazionale e leggenda vivente Charles Lindbergh? E se alla fine Lucky Lindy, notoriamente isolazionista e antisemita, l’avesse spuntata contro il rivale democratico, cosa sarebbe successo negli Stati Uniti e quali sarebbero state le sorti della seconda guerra mondiale? Questo lo scenario su cui si muovono i personaggi della serie HBO Il complotto contro l’America, basata sul romanzo fantapolitico di Philip Roth del 2004 e disponibile dal 24 luglio su Sky e su NOW TV.

Una ucronia inquietante per le evidenti affinità con le attuali dinamiche dell’America di Trump che mostra le conseguenze di una politica di stampo populista che soffia sul fuoco latente della paranoia e della paura verso l’altro, provocando in breve tempo un incendio devastante. Il complotto contro l’America racconta gli stravolgimenti della società americana attraverso le vicende di una famiglia ebrea medioborghese di Newark, New Jersey, la stessa che abbiamo imparato a conoscere attraverso i romanzi di Philip Roth, quella in cui l’autore è nato e cresciuto e in cui ha ambientato molte delle sue storie. Ne esce un ritratto vivo di una famiglia, di un quartiere, di un’epoca e di una storia che poteva essere e non è stata, per la fortuna di tutti noi.

(Per chi non avesse ancora visto la miniserie o letto il romanzo di Roth, l’articolo contiene SPOILER.)

Trama – Il complotto contro l’America

Herman Levin (Morgan Spector) è un assicuratore che vive con la sua famiglia nel tranquillo quartiere ebraico di Weequahic a Newark, con la moglie Bess (Zoe Kazan) e i figli Sandy (Caleb Malis) e Philip (Azhy Robertson). Con loro vivono anche la sorella single di Bess, Evelyn (Winona Ryder) e il nipote orfano di Herman, Alvin (Anthony Boyle).

Siamo nel giugno del 1940, comincia la campagna elettorale per le presidenziali di novembre. A sfidare il democratico Franklin Delano Roosevelt, che corre per il suo terzo mandato, arriva Charles Lindbergh (Ben Cole), il celebre aviatore della prima trasvolata atlantica in solitario senza scalo, un outsider della politica a cui all’inizio non viene dato credito ma che finirà per diventare il 33° presidente degli Stati Uniti d’America al grido di “America first” (suona familiare?). Del nuovo presidente sono note le posizioni non interventiste verso la guerra che sta distruggendo l’Europa come lo è, anche se pericolosamente sottovalutato, il suo antisemitismo. L’America conferma la propria neutralità e stringe un patto di non belligeranza con la Germania di Hitler.

L’ascesa di Lindbergh porta tensioni nella famiglia Levin. Herman, fervente sostenitore di Roosevelt non accetta di sentirsi diverso all’interno di quello che considera, a pieno diritto, il proprio paese e non perde occasione di accendere discussioni con chiunque. Sua moglie Bess preferisce mantenere un profilo più basso ed è tentata dall’idea di trasferirsi in Canada, come molti altri membri della comunità. Evelyn intreccia una relazione con il rabbino Bengelsdorf (John Turturro), forte sostenitore di Lindbergh, unendosi alla sua causa e al progetto di “assimilazione” degli ebrei, ovvero un programma che offre ai giovani ebrei l’opportunità di fare esperienza come ospiti di famiglie dell’America profonda per favorirne l’integrazione. Il giovane Sandy, appassionato estimatore dell’aquila solitaria, ne subisce la fascinazione e si offre con entusiasmo per un’esperienza in Kentucky, scontrandosi con il padre che vede nell’operazione un piano subdolo per “rendere gli ebrei meno ebrei”. Alvin, stanco di vedere attraverso i cinegiornali le immagini degli ebrei d’Europa perseguitati dai nazisti decide di passare all’azione e di arruolarsi come volontario in Canada, tornerà privo di una gamba. Intanto, il piccolo Philip (il protagonista del romanzo di Philip Roth a cui l’autore nel libro dà il proprio nome) risente più di tutti gli altri del clima di incertezza e delle tensioni all’interno della sua famiglia e vive nella costante angoscia dell’incubo nazista.

Mano a mano che i mesi passano sotto la presidenza Lindbergh, il clima per gli ebrei in America si fa sempre più minaccioso, mentre in Europa solo la Russia riesce a tenere testa ai tedeschi con gli inglesi rimasti soli e privi degli aiuti americani. Viene assassinato il giornalista radiofonico ebreo Walter Winchell (che in realtà morì di cancro alla prostata nel ’72) la voce del dissenso contro il governo ritenuto filonazista. Al progetto di assimilazione “Just folks”, il rabbino Bengelsdorf affianca “Homestead 42”, un programma di ricollocamento per intere famiglie di ebrei in stati come il Montana e il Kentucky senza fare i conti con realtà come il Ku Klux Klan che in Kentucky gli ebrei li brucia vivi. Anche la famiglia Levin, sotto la pressione di Evelyn che è ormai divenuta la moglie del rabbino, viene riassegnata al Kentucky, ma la famiglia decide di opporsi.  Il razzismo che scorre più o meno latente nelle pieghe della società americana emerge ed esplode, avallato dalla retorica antisemita della Casa Bianca, fino a sfociare in una vera e propria notte dei cristalli americana.

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La famiglia Levin in una scena della serie. Morgan Spector e Zoe Kazan con i piccoli Caleb Malis e Azhy Robertson

Il contesto e la vera storia dietro Il complotto contro l’America

La serie è ambientata tra il 1940 e il 1942, due anni decisivi per la storia mondiale, gli anni della guerra lampo di Hitler, della caduta della Francia, dell’isolamento dell’Inghilterra e dell’imbattibilità dell’esercito tedesco. Le spinte anti interventiste cavalcate da Charles Lindbergh nella serie (il suo motto è “la scelta non è tra Charles Lindbergh e Franklin Delano Roosevelt, è tra Lindbergh e la guerra”) erano molto diffuse anche in Europa nel periodo tra le due guerre e dettarono le linee politiche di Francia e Inghilterra che portarono i due paesi, con i rispettivi primi ministri Daladier e Chamberlain, a sottoscrivere nel 1938 l’accordo di Monaco che riconosceva alla Germania l’annessione dei Sudeti. Nessuno voleva cadere in un altro conflitto mondiale, essi cercarono di evitare la guerra finché la guerra non bussò alle loro porte. Per gli americani andò più o meno allo stesso modo, Roosevelt ebbe un bel da fare nel contrastare l’opposizione interna contraria persino al prestito di armi e di navi all’Inghilterra, fino a quando i giapponesi con Pearl Harbor non portarono la guerra in America.

Le posizioni anti interventiste di Lindbergh sono una realtà storica, il famoso aviatore si spese molto per evitare che l’America entrasse in un conflitto considerato sostanzialmente europeo, le sue posizioni contro “la razza ebraica”, che secondo lui faceva pressioni per favorire l’intervento degli Stati Uniti nel conflitto, gli procurarono l’accusa di antisemitismo. Lindbergh non fece neppure mistero della sua ammirazione per Hitler e per l’efficienza dell’aviazione tedesca e fu insignito della Croce di Servizio dell’Ordine dell’Aquila tedesca che gli fu offerta da Göring durante una sua visita a Berlino. Tuttavia, Lindbergh non entrò mai nella scena politica statunitense. Alle elezioni del novembre 1940 la sfida fu tra Roosevelt e il repubblicano Wendell Willkie: stravinse Roosevelt, che divenne il primo (e unico) presidente nella storia americana a svolgere più di due mandati consecutivi (venne confermato anche per il quarto nel 1944 ma morì l’anno seguente). L’America entrò in guerra e il resto è storia.

Il complotto contro l’America – Recensione

La serie scorre piuttosto lentamente, nonostante le scene mediamente brevi, ma questo non appare come un difetto: quella de Il complotto contro l’America è una narrazione che si prende il suo tempo per investire sui personaggi e cesellarne le caratteristiche, le sfumature e le contraddizioni. Si parla di ebrei e si lotta contro l’antisemitismo ma agli stessi membri della comunità non si risparmiano critiche (d’altronde stiamo parlando di una serie tratta da Philip Roth) e non si evita di puntare il dito sulle colpe di certi capi rei di aver fatto il gioco di quelli che avrebbero dovuto essere i loro più acerrimi nemici. David Simon e Ed Burns già autori di The Wire (inserita dalla Writers Guild of America al nono posto nella classifica delle serie con le migliori sceneggiature di sempre) danno vita a una serie raffinata, verrebbe da dire pacata, attraversata però fin dai primi due episodi da un senso di minaccia perenne e sottesa che emerge lentamente e si concretizza raggiungendo l’apice della tensione nella scena della telefonata tra Bess e il piccolo Seldon (Jacob Laval), solo e terrorizzato nella sua nuova casa in Kentucky, in attesa della madre che non tornerà più perché intercettata dal Ku Klux Klan e bruciata viva nella sua auto.

Un punto forte de Il complotto contro l’America è il cast, che convince a partire dagli attori più giovani come Azhy Robertson, il piccolo Philip dallo sguardo attonito, angosciato e sperduto. Brava, tanto da risultare a tratti inquietante, Winona Ryder nel ruolo della zitella disperata che si concede corpo e anima al rabbino (il sempre ottimo John Turturro) sposandone la causa con fanatico fervore finendo per danneggiare la sua stessa famiglia. Un applauso a Zoe Kazan, la Bess che è il baricentro della famiglia Levin, moglie, madre, figlia, sorella, zia, la sua è una recitazione misurata, fatta di pochi gesti e di sguardi in grado di trasmettere dolcezza e compassione ma anche fermezza e severità.

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Una scena della serie Il complotto contro l’America

Splendida la ricostruzione delle strade della Newark anni ’40, con i vecchi barbieri, le stazioni di servizio e i cinema dove si andava a vedere i cinegiornali per avere notizie della guerra. La fotografia dai toni seppiati, in alcune scene piuttosto buia e in altre abbacinata dal sole, ci riporta indietro di 80 anni nel racconto di una vicenda che non per questo ci appare meno attuale né rischia di perdere il suo valore di monito per ricordarci di come riescano a essere repentini e inarrestabili certi cambiamenti nelle dinamiche di una società e del sottile equilibrio su cui si reggono le nostre conquiste.

Il complotto contro l’America eredita dall’autore sul cui romanzo si basa la capacità di sollevare il velo dell’illusione del sogno americano spingendosi ancora più in là verso un finale che, a differenza del romanzo di Roth, non lascia scampo. Qui, il sogno americano diventa un incubo. Da vedere assolutamente.

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Laura Girolami
Laura Girolami, 37 anni, dopo la laurea in Biblioteconomia ha esordito al cinema come sceneggiatrice e regista nel 2014 con Surrounded. Nel 2016 la sua prima commedia Non c’è più religione è andata in scena al Teatro Tordinona di Roma. La seconda commedia Pranzo a casa dei miei ha debuttato nel 2018 al Teatro Lo Spazio. Nello stesso anno ha pubblicato il suo primo romanzo Stupidi pesci edito da Il seme bianco. Appassionata di cinema, letteratura, serie tv, teatro, musica, fotografia, cibo, vino e meccanica quantistica.