Se la grandezza di un romanzo si misura, anche, nella sua capacità di sopravvivere agli anni e di sollevare questioni universali, allora Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati pubblicato nel 1940, è da considerarsi un capolavoro. Rileggendolo oggi, in queste settimane di forzato allontanamento dalla vita per come la conoscevamo, la storia di Giovanni Drogo che spende la sua intera esistenza nell’attesa di un evento che non lo toccherà mai isolandosi dal resto del mondo, induce a una riflessione non solo sulla condizione inedita che abbiamo potuto sperimentare in questi mesi ma anche, e più in generale, sul modo in cui alcuni di noi affrontano (o sarebbe più appropriato dire, in questo caso, rifuggono) l’esistenza.

Il deserto dei Tartari racconta la vicenda del giovane tenente Giovanni Drogo, assegnato per il primo incarico da ufficiale alla Fortezza Bastiani, un antico edificio arroccato su una montagna lontano dalla città in un Regno indefinito, pensato strategicamente per controllare e proteggere il confine settentrionale del paese dall’invasione dei Tartari, popolazione nemica che nessuno ha più avvistato da decenni. La Fortezza, la cui gestione è legata a un rigido protocollo militare, domina la valle a Sud e si affaccia al Nord su un ampio deserto, stretto tra due montagne, dalle cui nebbie ogni soldato di vedetta si aspetta un giorno di veder apparire il nemico. Ma il nemico non arriva mai e la sua attesa consuma gli anni dei soldati che abitano nel vecchio edificio, come imprigionati da un incantesimo, tutti tesi a indagare ogni piccolo movimento agli estremi confini del deserto per potervi individuare un segnale di invasione imminente. Lo stesso Giovanni Drogo, nonostante all’inizio manifesti la volontà di lasciare la Fortezza ormai inutile e dimenticata, ne subisce il fascino e non riesce ad abbandonarla. Finirà, come molti altri prima di lui, per trascorrervi la sua intera esistenza. Quando i Tartari finalmente appaiono, proprio alla fine, forti di un grande esercito che arriva ad assediare le mura della Fortezza, Giovanni Drogo è ormai troppo vecchio e malato per poterli fronteggiare. Viene allontanato per fare spazio ai giovani soldati di rinforzo e morirà, solo, in una locanda desolata lontano dalla battaglia per cui aveva atteso tutta la vita.

Dino Buzzati
Dino Buzzati

C’è già stato qualcuno che ha associato la vita nella Fortezza Bastiani alla quarantena che abbiamo vissuto in queste settimane. Per quelli che, come chi scrive, l’hanno trascorsa in una delle regioni che fortunatamente non hanno conosciuto una grave emergenza sanitaria, le affinità sono più evidenti. Trascorsi i primi momenti di paura e paranoia, quando la crescita del contagio si muoveva su parametri esponenziali (il famoso R con zero superiore a uno) e sfumati i giorni della fratellanza entusiastica dei balconi, il resto della reclusione è scivolato via in una dimensione sospesa dove la ripetizione del gesto quotidiano nelle quattro mura di casa ha quasi annullato il concetto di tempo. Fuori, un nemico invisibile, o meglio (e per fortuna, nel nostro caso) l’attesa di un nemico che ha condizionato le nostre vite stringendole in una fitta rete burocratica di regole e restrizioni che a volte sfuggivano al nostro buon senso, come il sistema delle parole d’ordine per una sentinella di guardia alla Ridotta.

Il deserto dei Tartari e il tempo

Buzzati raccontò di aver avuto l’idea per la storia di Giovanni Drogo quando era un giovane redattore al Corriere della Sera e la routine lavorativa appiattiva le sue giornate rendendole infinite copie di se stesse mentre lui aspettava “la grande occasione”. Quello che ne è uscito, però, è un racconto che va al di là della dimensione quotidiana per toccare l’universalità della condizione dell’uomo moderno. La vacuità di un’esistenza spesa nell’attesa di qualcosa che possa dare un senso alla vita, l’apparato burocratico che annulla la volontà individuale, e in mezzo il tempo che passa. Quel tempo che, da quando Einstein pubblicò La relatività generale nel 1916, ha rivoluzionato il modo con cui pensiamo la nostra esistenza condizionando tutto il 900.

Nonostante la monotonia delle giornate, il tempo scorre veloce nella Fortezza Bastiani seguendo una ciclicità che intrappola i suoi abitanti in una sorta di dimensione da eterno ritorno. Verso la fine del romanzo, quando Giovanni Drogo ritorna alla Fortezza dopo una breve parentesi nel mondo esterno, incontra un giovane soldato che lo saluta entusiasticamente ricalcando le parole che lui stesso, quando era un giovane tenente e si avviava per la prima volta alla Fortezza, aveva rivolto al Capitano Ortiz. E la reazione stizzita dell’ormai Capitano Drogo è la stessa che molti anni prima ebbe il suo più anziano collega nei suoi riguardi. Perché tutti gli abitanti della fortezza finiscono per assomigliarsi, appiattiti in un’eterna attesa mentre il tempo scorre in una ripetizione invariata di se stesso che annulla ogni senso, dove il senso risiede in un evento che sembra non arrivare mai. Un Aspettando Godot ante litteram.

Questa sorta di incantesimo del tempo termina quando Giovanni Drogo, invecchiato e malato, torna alla vita esterna ormai soggetto alla ritrovata linearità che è propria della dimensione temporale dell’esperienza umana, tutta protesa verso la morte. E la morte arriva per Giovanni Drogo, in una locanda solitaria mentre su alla Fortezza, si combatte contro quei nemici tanto attesi e finalmente giunti dal Nord per assediare le vecchie mura. Eccola la vacuità, il dramma dell’esistenza umana: una vita intera sacrificata alla vana attesa di qualcosa che non è mai arrivato, e quando questo finalmente arriva, ormai sei troppo vecchio e malato per goderti lo spettacolo, gli anni perduti non si possono riscattare. L’unica cosa che puoi fare è andare incontro alla morte e misurarti con essa mostrando il coraggio che ti è mancato nella vita, quando hai abiurato alla sua imprevedibilità preferendo l’immobilità e la sicurezza di un luogo fuori dal mondo e dalle sue incertezze. Forse è per questo che Drogo, alla fine, si sistema il colletto dell’uniforme e sorride alla morte fronteggiandola con fierezza. Il nemico è infine giunto e il soldato è pronto alla battaglia.

Il “sublime naturale”

Se le questioni sollevate dal romanzo, di cui si è detto sopra, si inseriscono in una riflessione sulla condizione umana fortemente novecentesca, bisogna riconoscere che Il deserto dei Tartari presenta degli elementi che lo rendono difficilmente incasellabile in certe correnti della letteratura italiana della prima metà del secolo scorso e rimandano invece a un immaginario più ottocentesco, con particolare riferimento a Poe (a cui lo stesso Buzzati ha riconosciuto primaria importanza per la sua formazione letteraria). Se la Fortezza è un luogo quasi magico fuori dallo spazio e immersa in una dimensione temporale che le è propria, il deserto su cui essa si affaccia, stretto tra due montagne e i cui confini si perdono oltre l’orizzonte avvolto nella nebbia, evoca una potenza suggestiva che permea tutto il romanzo. Se il deserto evoca la presenza dell’altro, una presenza in absentia, quella dei Tartari, è pur vero che, proprio per il fatto che i Tartari non arrivano mai se non alla fine, è l’elemento naturale, del deserto e delle montagne che si affacciano sui due lati, a produrre quella forza misteriosa che soggioga i soldati della Fortezza.

Il sentimento che essi provano di fronte alla grande distesa arida e desolata che li affascina e li spaventa allo stesso tempo sembra evocare quel sentimento del sublime sistematizzato da Kant nella terza critica e poi ripreso e ripensato, tra gli altri, da Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione. La vastità del deserto e la potenziale minaccia che esso rappresenta intimoriscono i soldati ma il sentirsi protetti dalle mura della Fortezza permette loro anche di godere dello spettacolo che gli si apre davanti. Come spiega il filosofo Mario Costa nel suo Sentimento del sublime e strategie del simbolico “perché ci sia vero sentimento del sublime è necessario che il soggetto percepisca la possibilità reale di un suo danneggiamento e sia, ad un tempo, da questo preservato”. Nel momento in cui i soldati escono, la minaccia della natura si concretizza e li sovrasta, basta guardare l’episodio della morte di Angustina, ma finché restano dietro l’ambiente familiare delle mura il pericolo non li tocca direttamente. Questa è la condizione del sublime (l’infinito di Leopardi è al di là della siepe).

Il piacere suscitato da questo “sublime naturale” sta anche nella destrutturazione della soggettività dei soldati, nella perdita della loro volontà che manifestano nel non riuscire ad abbandonare la dimensione della Fortezza. “Lo stesso disfarsi della soggettività – prosegue Costa – e lo stesso scivolamento verso il nulla provocano di per sé un tipo particolare di piacere: la minaccia proveniente dall’eccesso potrebbe essere vissuta come una dissoluzione immaginaria dell’io, e questa stessa potrebbe essere avvertita con una tonalità affettiva piacevole.” Una forma di oblio di sé in cui l’uomo trova appagamento.

La scrittura di Buzzati, scarna, asciutta, senza fronzoli, propria di chi si è formato da cronachista, si presta bene a evocare questo sentimento del sublime che di per sé, come chiarisce Costa, è indicibile. Buzzati riesce a evocarlo perché non sovrastruttura la sua scrittura, perché “si limita” a raccontare e non cerca il pathos, non forza le reazioni del lettore. Eppure, leggendo Il deserto dei Tartari non si può fare a meno di restare anche noi intrappolati in quella dimensione magica che è riuscito a costruire, sospesa dalla realtà e pure drammaticamente reale della nostra condizione di esseri umani.

Le persone che oggi trovano difficoltà a riemergere dall’isolamento per affrontare di nuovo la vita esterna sentiranno forse più vicina la storia di Giovanni Drogo, ma Il deserto dei Tartari parla a tutti quelli che si sono ritrovati, almeno una volta nella vita, a tentare di ripercorrere i propri anni cercando di fare un bilancio di quanto fatto, a individuare i perché di certe scelte, il luogo da cui si sono originati certi desideri, perduti molti in un’attesa che non sembra avere logica, nella ricerca di un senso che qualcuno insegue invano per una vita intera, qualcuno trova a modo suo e che per altri, semplicemente, non c’è.

“Life is what happens to you while you’re busy making other plans” scriveva John Lennon nella canzone dedicata al figlio Sean. Poche settimane dopo, gli spararono.

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Laura Girolami
Laura Girolami, 37 anni, dopo la laurea in Biblioteconomia ha esordito al cinema come sceneggiatrice e regista nel 2014 con Surrounded. Nel 2016 la sua prima commedia Non c’è più religione è andata in scena al Teatro Tordinona di Roma. La seconda commedia Pranzo a casa dei miei ha debuttato nel 2018 al Teatro Lo Spazio. Nello stesso anno ha pubblicato il suo primo romanzo Stupidi pesci edito da Il seme bianco. Appassionata di cinema, letteratura, serie tv, teatro, musica, fotografia, cibo, vino e meccanica quantistica.