In piena campagna elettorale per le elezioni presidenziali americane del prossimo 3 novembre e sulla scia delle polemiche seguite alla nomina della giudice ultraconservatrice Amy Coney Barrett alla Corte Suprema da parte di Trump, Netflix distribuisce il nuovo film di Aaron Sorkin sulla vera storia del processo ai Chicago 7, che getta luce sulle fratture della società americana che mai come oggi appaiono ancora di grande attualità.

Il processo ai Chicago 7: la storia

Durante la Convention del Partito Democratico a Chicago nell’agosto del 1968 per la candidatura di Hubert Humphrey come sfidante di Richard Nixon alle elezioni di novembre, la città è scenario di accese proteste da parte di gruppi di attivisti contro l’intensificazione dello sforzo americano in Vietnam attuato dall’allora presidente Lyndon Johnson, che si risolvono in una serie di violenti scontri con la polizia. Cinque mesi dopo, con Nixon alla presidenza, il nuovo procuratore generale degli Stati Uniti John Mitchell (John Doman) decide di portare di fronte a una corte federale per cospirazione e incitamento alla sommossa durante gli scontri di Chicago i capi dei movimenti di protesta: Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen), Jerry Rubin (Jeremy Strong), Tom Hayden (Eddie Redmayne), Rennie Davis (Alex Sharp), David Dellinger (John Carroll Lynch), John Froines (Daniel Flaherty), Lee Weiner (Noah Robbins) e Bobby Seale (Yahya Abdul-Mateen II). Quelli che passeranno alla storia come i Chicago 7 all’inizio del processo sono in realtà 8 ma Bobby Seale, leader delle Pantere Nere, otterrà l’annullamento del procedimento in seguito alle sue proteste (per cui verrà persino legato e imbavagliato in aula) contro un processo che lo vede imputato in assenza del suo avvocato.

Il processo ha inizio circa un anno dopo gli eventi contestati. La corte è presieduta dall’anziano Julius Hoffman (Frank Langella), avvocato dell’accusa il giovane rampante procuratore federale Richard Schultz (Joseph Gordon-Levitt), alla difesa il più navigato William Kunstler (Mark Rylance). Fin da subito il processo appare una farsa architettata dal nuovo governo federale per zittire le voci del dissenso a cui pare essere allergico, mentre migliaia di giovani soldati americani continuano a tornare dal Vietnam dentro bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce. Mentre i giorni del processo si susseguono e le tensioni all’interno dello stesso gruppo di imputati attivisti aumentano, scopriamo a ritroso la verità dei fatti accaduti a Chicago nell’agosto del ’68 e il ruolo della polizia nell’avvio degli scontri. Nonostante tutto, il verdetto di colpevolezza appare scontato nell’aula ultrabianca e ultraconservatrice del tribunale federale.

Il Sorkin regista convince

Aaron Sorkin, premio oscar per la sceneggiatura del gioiello di David Fincher The social network e creatore della pluripremiata serie The West Wing, torna al genere legal che aveva già segnato l’avvio della sua brillante carriera a Hollywood nel 1992 (con Codice d’onore per la regia di Rob Reiner) e si cimenta per la seconda volta dietro la macchina da presa dopo il riuscito ma freddino Molly’s Game del 2017 con Il processo ai Chicago 7; produce Marc Platt e la Dreamworks di Steven Spielberg. Sulla carta una operazione di indubbio valore e se si aggiunge un cast stellare in splendida forma il risultato non può che essere quello di due ore di bel cinema. In realtà il risultato dell’addizione non è sempre così scontato e a volte produzioni di tutto rispetto non riescono a dare luce a film memorabili, ma è difficile che questo avvenga quando alla scrittura c’è uno come Aaron Sorkin. Le sue sceneggiature sono macchine perfette che raramente si inceppano e che semmai possono avere come difetto quello di essere fin troppo efficienti, al limite dell’algidità.

Ne Il processo ai Chicago 7 la sceneggiatura riesce a tessere insieme al montaggio di Alan Baumgarten una fitta tela del ragno in cui veniamo immediatamente catturati. Appare persino ridondante sottolineare la precisione da cineseria e il ritmo dei dialoghi di Sorkin perché questi sono i caratteri distintivi che hanno contribuito a renderlo uno sceneggiatore di culto tra gli amanti del cinema. La parola per lui è tutto, a essa affida la ricerca di giustizia e la risoluzione dei conflitti, per questo è a suo agio in un’aula di tribunale dove una frase, una parola, una virgola possono fare la differenza. Questo è evidente in una delle ultime scene del film dove si ricostruisce la vicenda dell’arresto dei sette a Chicago e dove si risolve lo scontro tra il Tom Hayden di Eddie Redmayne e l’Abbie Hoffman di Sacha Baron Cohen (qui fantastico). Il primo è il leader del movimento studentesco più moderato, diciamo un dissidente più istituzionale, il secondo un yippie (Partito Internazionale della Gioventù) fumato e contro il sistema: rappresentano due aspetti dello stesso dissenso, uno più moderato e l’altro più radicale (praticamente le due anime che compongono e dividono la sinistra fin dalla notte dei tempi). Aaron Sorkin risolve nel film il loro conflitto usando e sottolineando l’importanza di un pronome possessivo, è con questo semplice espediente che i due protagonisti finiscono per intendersi dopo mesi passati a punzecchiarsi continuamente. Questo è il livello di importanza che lo sceneggiatore dà alla parola, un’importanza che permea evidentemente tutto il film.

Chicago 7
Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong in una scena del film

Che la sceneggiatura de Il processo ai Chicago 7 fosse, come si usa dire, “di ferro” non stupisce, colpisce invece piacevolmente la maggiore naturalezza con cui Sorkin affronta questa seconda prova da regista. In Molly’s Game la sua mano appariva un po’ ingessata, mentre qui l’autore sembra più a suo agio dietro la macchina da presa. Belle le scene degli scontri con la polizia alternate con immagini di repertorio in bianco e nero, dove il regista abbandona la sua comfort zone dei dialoghi e si concentra sull’immagine. In molti hanno criticato a Sorkin l’uso di un registro troppo brillante, probabilmente non gli si perdona di aver regalato al pubblico due ore di intrattenimento in pieno stile classico Hollywoodiano nel racconto di fatti maledettamente seri. Eppure la sostanza c’è e si indaga con rigore. Certo, la questione razziale legata alla vicenda di Bobby Seale e all’omicidio del capo delle Pantere Nere dell’Illinois Fred Hampton avrebbe meritato maggiore attenzione e in alcuni momenti Sorkin rischia di scivolare sulla buccia di banana di una retorica un po’ patetica, come nel finale. Ma Il processo ai Chicago 7 è un film importante, con un grande cast che rende onore alla sceneggiatura (splendida la breve apparizione di Michael Keaton), che ha anche il merito in questo delicato momento storico di puntare il faro sul problema della politicizzazione della magistratura, sulla violenza della polizia e sui pregiudizi granitici di una buona parte dell’America bianca.

Quello ai Chicago 7, al di là della ricostruzione cinematografica che si prende ovviamente qualche libertà, è stato un vero e proprio processo politico alle idee, uno schiaffo al primo emendamento da parte di un governo nel pieno della sua paranoia anticomunista. Il processo ha seguito le tragiche vicende di un anno cruciale per la storia americana e europea, il 1968, segnato in America dall’uccisione di Martin Luther King prima e di Bobby Kennedy poi oltre che di migliaia di soldati americani nell’offensiva del Têt in Vietnam. La Convention democratica del 1968 è stata fondamentale per gli equilibri di partito e ha segnato il definitivo predominio dell’ala liberale. Lo scontro è ancora aperto e ogni tanto si affacciano candidati come Bernie Sanders che però non arrivano mai alla candidatura, sconfitti alle primarie da candidati come Hilary Clinton. E mentre i democratici si scontrano, dall’altra parte si materializza un incubo politico che trova ancora nelle magiche paroline “law and order” uno slogan sempre vincente a cui aggrapparsi per vincere.

Alcuni personaggi nel film di Sorkin, come lo stolido giudice federale Hoffman (che Frank Langella è stato talmente bravo a interpretare da farti venire voglia di tirargli una sedia dopo cinque minuti di processo) non facciamo fatica a immaginarli nelle stanze di potere dell’attuale governo degli Stati Uniti. Chi ha criticato Sorkin per aver tratteggiato alcuni personaggi del film come macchiette grottesche dovrebbe riflettere sul fatto che oggi alla Casa Bianca c’è un presidente che si chiama Donald Trump: la realtà ha superato il cinema, ha superato l’immaginazione e ha assunto i toni di una tragicommedia. Il 3 novembre saremo di fronte ai notiziari per seguire l’andamento delle elezioni americane. Parafrasando lo slogan che accompagna Il processo ai Chicago 7, americani “tutto il mondo vi guarda”. 

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Laura Girolami
Laura Girolami, 37 anni, dopo la laurea in Biblioteconomia ha esordito al cinema come sceneggiatrice e regista nel 2014 con Surrounded. Nel 2016 la sua prima commedia Non c’è più religione è andata in scena al Teatro Tordinona di Roma. La seconda commedia Pranzo a casa dei miei ha debuttato nel 2018 al Teatro Lo Spazio. Nello stesso anno ha pubblicato il suo primo romanzo Stupidi pesci edito da Il seme bianco. Appassionata di cinema, letteratura, serie tv, teatro, musica, fotografia, cibo, vino e meccanica quantistica.