Il 12 settembre del 2008 David Foster Wallace si toglieva la vita impiccandosi a una trave della sua casa di Claremont in California, privando almeno un paio di generazioni di lettori che lo avevano conosciuto e amato del suo sguardo unico sulle cose.

Non uso casualmente il termine generico cose, questo contenitore indefinito, perché era talmente estesa la porzione di realtà cui era interessato e talmente ampia la sua produzione saggistica e letteraria che non ci si può limitare a parlare del suo sguardo unico sulle persone o del suo sguardo unico sulla società contemporanea. Si dovrebbe accennare anche al suo sguardo unico sul tennis o al suo sguardo unico sulla linguistica o sulla matematica o sul cinema o su una crociera extra lusso.

Quando si scriveva di lui spuntavano quasi sempre nel discorso le parole talento e genio. Dopo che si è tolto la vita, si è tentato di rintracciare tra le tante righe che ci aveva lasciate gli indizi presaghi dell’epilogo che poi fu. Come se a quello fosse predestinato, o meglio, come se quello fosse l’approdo più adatto, e paradossalmente il più ragionevole, per una mente come la sua. Per un uomo come lui. Un cantore della contemporaneità afflitto dalla malattia della contemporaneità, contro cui combatteva ormai da decenni.

David Foster Wallace
David Foster Wallace

C’è una foto di Henri Cartier Bresson, scattata durante le riprese di The misfits (Gli spostati, 1961) di John Huston, che ritrae Marilyn seduta in un bar, vestita di nero con una veletta in testa, di fronte alla macchina da presa. Sta accarezzando un cane mentre guarda nella direzione opposta, verso un punto che non vediamo. Sul suo volto un sorriso come di disincanto, appena appena accennato. Appare distante. Come se non fosse realmente lì, o fosse soltanto una presenza fisica, con quel suo corpo oggetto dei desideri di mezzo mondo. Se la si guarda bene questa foto, se si osserva a fondo il suo sguardo, riesce difficile e quasi impossibile dubitare che questa donna si sia effettivamente tolta la vita.

Forse è presunzione o una semplice ingenuità, ma ci sono momenti in cui di fronte a una fotografia o a una pagina scritta si ha davvero la sensazione (o forse l’illusione) di riuscire a vedere l’essenza dell’essere umano che di quella foto è soggetto o di quella pagina è autore. È come un momento di verità. Ciò a cui un bravo fotografo e un bravo scrittore aspirano.

Nel caso di David Foster Wallace è fin troppo facile, col senno di poi, provare a scovare nella sua vasta opera le tracce dei demoni (per usare un’immagine fin troppo abusata) che, magari non lo tormentavano, ma di sicuro gli dormivano accanto sul cuscino. Sarebbe scontato individuarli nel soggetto del racconto Caro vecchio neon (contenuto nella raccolta Oblio, Einaudi, 2004, traduzione di Giovanna Granato) dove il protagonista rivela ragioni e dettagli del proprio suicidio. Ma certo è impossibile non farsi toccare dalla profonda, ineluttabile tristezza che pervade le 1079 pagine (1434 nella prima edizione italiana pubblicata da Fandango nel 2000 con la traduzione di Edoardo Nesi) di Infinite jest, il suo capolavoro.

Ambientato in un futuro prossimo in cui gli anni non si identificano più con i numeri ma con marche di pannoloni e prodotti caseari. In cui il Quebec è diventata un’enorme discarica dove Stati Uniti, Canada e Messico, ormai riuniti, gettano le loro scorie. Un futuro popolato da una umanità schiava delle dipendenze, che siano dal tennis (come tra i futuri prodigi della Enfield Tennis Academy) o dalle droghe (come per i pazienti della Ennet House) poco importa, alla disperata ricerca del Sacro Graal rappresentato da un film (l’Infinite jest che dà il titolo al libro) la cui visione dona un piacere fisico talmente forte da annichilire le volontà di chiunque lo guardi, rendendolo di fatto un vegetale.

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1996, nel panorama letterario frammentato del dopo postmodernismo, Infinite jest (ad link), iperrealista, esagerato, per molti sopravvalutato e per altri imprescindibile, è l’opera di un autore che è riuscito a raccontare, come pochi hanno fatto, la società, non solo americana, che si preparava a affrontare il fine millennio. Quella cresciuta davanti alla televisione con le pubblicità della Pepsi e dello Snickers e con le televendite, che sembrava destinata, o forse segretamente vi aspirava, a rimanere su una sedia in stato catatonico con la bava alla bocca, bombardata da impulsi di piacere provenienti da uno schermo.

Per raccontarla, David Foster Wallace ha usato un linguaggio che in quella società si era plasmato, che di quella cultura pop si era nutrito, e che, alimentato da una infaticabile curiosità e una continua ricerca, si è sviluppato fino a diventare lo strumento ideale nelle mani di una mente febbrilmente attiva come la sua.

David Foster Wallace
Infinite jest di David Foster Wallace

Infinite jest non è una lettura semplice. Una volta superata la ritrosia a cominciare un libro di una tale mole, ci si ritrova davanti una scrittura complessa, con periodi che appaiono interminabili, parole rare, tecnicismi e continui rimandi a note (e all’interno delle note, rimandi a altre note). Il tutto incastonato in una struttura non lineare e labirintica, che ricorda, come lo stesso autore ha suggerito in un’intervista a Bookworm del 1996 ora contenuta in Di carne e di nulla (Einaudi, 2013, traduzione di Giovanna Granato) un triangolo di Sierpiński, vale a dire un oggetto frattale composto da elementi uguali ma sviluppati su scale diverse, ricorsivi, o per dirla con parole sue “una piramide che si è fatta un acido”.

Tutti elementi che gli hanno fatto meritare l’appellativo di “romanzo enciclopedico” e hanno fatto storcere il naso a molti critici che vi hanno visto una ingiustificabile tortuosità fine a se stessa.

In realtà la complessità di questo romanzo non fa che riflettere del suo autore la costante incertezza di non aver ancora esaurito tutte le parole necessarie al lettore per afferrare il suo punto di vista. E la volontà di seguire le modalità di funzionamento della mente umana, che non si muove in modo lineare e apre continuamente nuove “pagine” di pensiero, pur rinunciando alla tecnica del “flusso di coscienza” alla Joyce.

Le ragioni che stanno alla base del suo stile quasi gargantuesco, ce le spiega meglio lo stesso David Foster Wallace in un’intervista di Francesca Borrelli apparsa su Il Manifesto il 1° luglio 2006, ora racchiusa nel libro Maestri di finzione, della stessa autrice, edito da Quodlibet: “Quel che cerco di descrivere non mi sembra mai completo, non è mai abbastanza, mi porta a aggiungere e aggiungere particolari. Una delle bizzarrie alle quali si va incontro scrivendo è che per quanto tu voglia avere presente chi legge, per quanto ti guardi dal limitarti a vomitare sulla pagina quel che ti pare, tuttavia prima o poi ti rendi conto di quanto sia idiosincratico e limitato il tuo punto di vista. E ti viene una grande ansia.”

Quest’ansia di cui parla Wallace, questa urgenza di approfondimento, di indagine, di ricerca, fino a esaurire ogni via percorribile, sembra quella che più di ogni altra ha guidato la sua vasta produzione saggistica e letteraria.

Quella che lo ha portato ad accettare la proposta di Rolling Stone di seguire la campagna alle primarie del 2000 per il Partito Repubblicano del senatore John McCain, narrata in Forza, Simba (nella raccolta di saggi Considera l’aragosta, Einaudi, 2006, traduzione di Adelaide Cioni e Matteo Colombo), che offre un’immagine viva del funzionamento di questa mostruosa macchina e di tutti i personaggi (candidato compreso) che ne compongono gli ingranaggi.

La stessa ansia di conoscenza che lo ha portato a studiare la matematica alta e a parlarne, con la profondità di analisi di un vero matematico, in Tutto e di più. Storia compatta dell’infinito (Codice, 2017, traduzione di Giuseppe Strazzeri e Fabio Paracchini).

Una personalità unica quella di David Foster Wallace, una mente onnivora, veramente geniale, osservatore e narratore puntualissimo della contemporaneità.

Viene spontaneo chiedersi cosa avrebbe scritto oggi. Come l’avrebbe raccontata questa umanità che vive nei social e si rifugia dietro l’ironia di un meme illudendosi di aver “detto” davvero qualcosa? Lui, che di ironia era maestro (anche in Infinite jest non mancano momenti esilaranti). Sarebbe riuscito a condensare il suo pensiero nei 140 caratteri di Twitter? Lui che procedeva sempre per accumulo e a cui le parole non bastavano mai. Cosa avrebbe scritto sull’America di Trump? Forse che era la naturale evoluzione di quella reaganiana in cui lui si era formato? Come avrebbe accolto e contrastato l’impoverimento della lingua e la volgarizzazione del dibattito politico? Lui che alla linguistica ha dedicato molte pagine della sua produzione saggistica.

Sono passati solo undici anni dalla morte di David Foster Wallace ma nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente. La generazione dei millennials è molto diversa dalla sua e dalla nostra, la televisione non la accende neanche più. E l’arrivo di Netflix ha cambiato anche la nostra modalità di fruizione. I professionisti della scrittura scrivono spesso su testate online, seguendo regole che garantiscono un buon posizionamento sul web, periodi brevi e parole chiave. Un altro mondo. Ma la grandezza di David Foster Wallace consiste soprattutto nell’aver saputo raccontare il funzionamento della mente umana e questo lo rende un autore universale e atemporale. Come afferma lo scrittore George Saunders, suo contemporaneo e amico, in una intervista a Forbes dello scorso anno “sapeva tracciare magicamente il movimento della mente umana, specialmente di quella ansiosa. Quindi finché saremo umani e saremo ansiosi, l’opera di Dave ci parlerà”.

Sono passati undici anni e continuiamo a parlarne, perché David Foster Wallace ci manca. Ci manca l’intellettuale e ci manca il romanziere.

Quello che ti regalava il sollievo di sapere che al mondo c’era qualcuno in grado di dare voce al tuo pensiero. Che ti tranquillizzava perché tu non eri l’unico a dover convivere con certe imbarazzanti stranezze mentali. Quello che aveva la capacità di farti sentire che non eri solo, anche se durava solo il tempo di una lettura. Qualità che solo i grandi scrittori hanno.

Certe volte mi piace pensare che il suo vorace impulso all’indagine dei tanti aspetti che compongono il reale l’abbia portato a voler indagare, come ultimo atto degno dello studioso che invero fu, la dimensione altra del dopo morte.

In fondo, sarebbe proprio da lui.

Mi rammarico solo che non sia qui a raccontarcelo.

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Laura Girolami
Laura Girolami, 37 anni, dopo la laurea in Biblioteconomia ha esordito al cinema come sceneggiatrice e regista nel 2014 con Surrounded. Nel 2016 la sua prima commedia Non c’è più religione è andata in scena al Teatro Tordinona di Roma. La seconda commedia Pranzo a casa dei miei ha debuttato nel 2018 al Teatro Lo Spazio. Nello stesso anno ha pubblicato il suo primo romanzo Stupidi pesci edito da Il seme bianco. Appassionata di cinema, letteratura, serie tv, teatro, musica, fotografia, cibo, vino e meccanica quantistica.